
A SERRAVALLE SCRIVIA DEVONO ESSERE TUTTI SORDI E CIECHI PERCHÉ NESSUNO SI È MAI ACCORTO DELLE MANGERIE DI 40 ANNI DI FINTA BONIFICA.
HANNO IMPIEGATO MENO TEMPO A COSTRUIRE LA MURAGLIA CINESE CHE A BONIFICARE L’ECOLIBARNA…
CHE DEVE ANCORA ESSERE BONIFICATA!
di Guido Manzone
La grande muraglia cinese con i suoi 4000 chilometri fu ultimata in circa 20 anni e così pure la gigantesca piramide di Cheofe. Ambedue con il solo lavoro dell’uomo, strumenti molto primordiali e senza l’ausilio di alcuna macchina. A Serravalle, furbastro comune dell’alessandrino, in oltre 40 anni di lavori non si è riusciti a bonificare la limitata area di una piccolissima raffineria di olio lubrificante, l’Ecolibarna, la cui superficie è inferiore a quella di un campo di calcio. Il tutto nonostante la spesa di miliardi di lire continuamente rifinanziata con denaro pubblico e l’ausilio illimitato dei mezzi tecnologici più avanzati. E c’è di più! Per cercare di fare comprendere quanto gigantesca sia stata l’abbuffata, tale da fare sembrare ingenui furtarelli anche le vicende più eclatanti della mafia del sud Italia, occorre ripercorrere brevemente l’intera vicenda dall’origine. All’inizio della storia gli inquinanti erano contenuti all’interno di cisterne in ferro poste a fianco del torrente Scrivia. Bonificarli era un’operazione semplice, trattandosi di banali melme acide di raffineria, uno scarto della lavorazione del petrolio greggio formato da una miscela di paraffine varie e acido solforico, non particolarmente tossica o di difficile o pericolosa movimentazione. Scoprire il responsabile di questo smaltimento clandestino, a cui per legge si sarebbero dovuti far pagare i costi della bonifica, era cosa ancora più facile. Tutti a Serravalle, neonati compresi, sapevano che provenivano dalle raffinerie poste pochi chilometri a monte lungo il torrente Scrivia. Stranamente gli unici ad ignorarlo erano i politici alessandrini, peraltro giustificati poiché notoriamente scelti tra i sordi ed i ciechi dalla nascita, timorosi di causare la benché minima tristezza al generoso grande capitale. Più difficile spiegare come mai non lo sapessero carabinieri e polizia che, dalle nostre parti solitamente efficienti, sono istituzionalmente preposti a questo preciso scopo. Probabilmente il motivo di questa evidente lacuna si ritrova nell’antica tradizione delle forze dell’ordine di Serravalle da sempre oberate di lavoro dovendo dare un’eterna caccia alle irsute ed ultraconsunte puttane stanziali nei pressi dell’Ecolibarna, per avere tempo di occuparsi di ciò che avviene all’interno delle sue mura. Eppure il comando delle forze dell’ordine con certezza assoluta possiede un’ottima conoscenza delle vigenti leggi e della storia d’Europa. Dopo la Rivoluzione francese che creò lo stato liberale moderno le nostre leggi non puniscono più il peccato (compreso quello carnale), come ancora usano gli islamici rimasti fermi al Medio Evo, ed ognuno è libero di peccare come meglio crede. In compenso le nostre leggi, giustamente, puniscono molto duramente l’inquinamento delle acque per uso alimentare (ossia le prese degli acquedotti) con pene di una decina di anni di carcere. Dalle acque di subalveo dello Scrivia si approvvigionano gli acquedotti di tutto il suo bacino fino al Po, compresi quelli della Fraschetta e di Alessandria che, essendo ad un’altitudine di 100 metri inferiore, le ricevono per caduta a vari livelli di profondità. Proprio per questo motivo se dovesse cedere uno dei serbatoi dell’Ecolibarna più di 200 mila persone resterebbero senza acqua potabile per un periodo valutabile in anni. Diciamo queste cose non da giornalista, ma da esperto ambientale che in tempi ancora civili, quando la ragione e la scienza prevalevano sul male, assieme al Preside della facoltà di Geologia di Genova ed al docente di Chimica industriale dell’università di Pavia, si iniziò a bonificare l’area dell’Ecolibarna. Come già detto, era un compito semplice e ripetitivo. La bonifica procedeva benissimo ed a bassissimo costo ed in breve sarebbe stata terminata. Ma vi furono le elezioni, cambiò il governo della Provincia e noi che lavoravamo pressoché gratis poiché consideravamo la salvaguardia delle acque pubbliche un dovere ed un impegno sociale, fummo licenziati in blocco. Ed iniziò così la grande mangeria ininterrottamente durata più di 40 anni e che tuttora perdura. Ora vogliono altri 4 milioni di euro per prolungare il banchetto nonostante la crisi, naturalmente lasciando impuniti sia i responsabili dello smaltimento illegale che coloro che hanno tratto ingiusto guadagno facendo finta di fare la bonifica. In nessuna lingua del mondo, né presente né passata, esistono le parole valide per giustificare l’infamia di mezzo secolo di ladrocinio per di più condotto a rischio dell’economia e della salute di una buona metà della provincia di Alessandria. Così pure non esiste giustificazione alcuna per le menzogne, gli inganni, le false promesse e l’informazione mistificata con cui da sempre si sono ingannati i cittadini per dare copertura a questo infamante “rubarizio”, frutto di una complicità collettiva.

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