Alessandria – È stato arrestato in Svizzera, a Lugano, l’imprenditore astigiano Marco Marenco, 59 anni, al centro del crac Borsalino, storica azienda di cappelli. Lo riferisce l’edizione online del Corriere del Ticino. Il suo sarebbe uno dei crac più grandi della storia italiana dopo Parmalat: ben 3,5 miliardi di euro. Accusato di una lunga serie di reati che vanno dalla bancarotta alla truffa all’evasione fiscale, era latitante. Nei suoi confronti è stata aperta la procedura d’estradizione. Davanti al pm di Alessandria Giancarlo Vona che ha ereditato l’inchiesta di Asti, Marco Marenco, l’imprenditore astigiano al centro di crac da 3,5 miliardi di euro che coinvolge anche lo storico marchio Borsalino, arrestato ieri a Lugano dalla polizia cantonale ticinese, potrà finalmente rispondere a molte domande e chiarire cosa non ha funzionato in un sistema di controlli che coinvolge il ministero dello Sviluppo – che rilascia le autorizzazioni per operare nel mercato del gas – Autorità dell’energia – che dovrebbe vigilare anche sul settore – controlli antiriciclaggio. Marenco era latitante dal luglio del 2014, quando la procura di Asti aveva emesso un mandato di cattura nei sui confronti per reati che vanno dalla bancarotta alla truffa all’evasione fiscale. Quindici anni fa Marenco era diventato uno dei principali operatori italiani del mercato del gas, con interessi anche nell’idroelettrico e nelle rinnovabili. Nel suo impero, una galassia di oltre cento società sparpagliate tra Italia, Svizzera, Germania, Est Europa e Africa, anche giacimenti di gas nella regione del Caspio, una raffineria in Ucraina, un resort in Costa Azzurra, numerose società tutte comunque a lui riconducibili. Era azionista di maggioranza della Borsalino, se la società, in concordato, ha precisato non aveva più cariche dal 2008. Solo con il fisco, l’ammanco sarebbe di circa 500 milioni di euro tra accise, iva e altre imposte. I debiti con le banche sono circa 340 milioni: poco meno di 100 milioni Unicredit, oltre 30 milioni Intesa Sanpaolo, più Banco Popolare, Mps, Banca Marche e altri. Una fetta considerevole, circa 1,5 miliardi, è fatta di crediti infragruppo. Soldi trasferiti da una società all’altra e finiti in parte, secondo quanto ricostruito dall’inchiesta, in conti esteri tra Panama, Gibilterra e Isola di Man. Viveva in Svizzera dal 2006 e anche da latitante ha continuato a curare i suoi affari. Lo hanno riconosciuto grazie alle immagini delle videocamere di controllo della città.

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