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Mesotelioma: la “novità” presentata da Ufim è un protocollo terapeutico vecchio di 15 anni

4 Gennaio 2017 REDAZIONE PRIMO PIANO 3967

Mesotelioma: la “novità” presentata da Ufim è un protocollo terapeutico vecchio di 15 anni

Casale Monferrato (Gianni Patrucco) – Ancora disinformazione (ma che fatica ragazzi!), stavolta non sulle Università, ma sul Mesotelioma, il cancro causato dall’amianto che ha mietuto centinaia di vittime nel casalese. La notizia, falsa, ci viene sempre dal solito foglio che racconta a modo suo la realtà. Vi si legge che la dottoressa Federica Grosso, responsabile dell’Ufim (Unità Funzionale Interaziendale Mesotelioma), in occasione della conferenza mondiale per i tumori al polmone che si è svolta il mese scorso a Vienna nell’ambito del  convegno che trattava principalmente i dati dello studio Aura 3 su Osimertinib, un inibitore di 3° generazione, ha magnificato le proprietà miracolose di un altro inibitore del mesotelioma che mira ad attaccare selettivamente i vasi sanguigni tumorali per distruggerli. Si dice che la sperimentazione avrebbe coinvolto 87 pazienti nel mondo, di cui 15 all’Ufim a Casale Monferrato con la collaborazione dell’unità di ricerca presente all’ospedale di Alessandria, diretta dal dottor Antonio Maconi, che nei pazienti di mesotelioma pleurico trattati con questo protocollo hanno beneficiato di un allungamento del periodo con malattia stabile di 4 mesi (a noi risulta questo dai dati scientifici ufficiali disponibili) risultato modesto e raggiungibile anche con trattamenti già disponibili, mentre in alcuni casi la massa tumorale si sarebbe ridotta, ma non è stato specificato se ciò non sia per caso dovuto alla chemio abbinata all’inibitore. In quella circostanza a valutare la qualità degli abstract, cioè dei riassunti che raccolgono i punti salienti della ricerca, era preposto Giorgio Vittorio Scagliotti, direttore dell’oncologia medica dell’Università di Torino.

Un business miliardario
Della cosa si interessa il colosso farmaceutico tedesco Boehringer-Ingelheim, una tra le prime 20 aziende farmaceutiche al mondo con sede a Ingelheim Am Rhein (Germania), che opera a livello globale con 146 affiliate e più di 47.700 collaboratori.
Sono essenzialmente quattro le domande che attendono risposta.
La prima: il protocollo presentato dalla Grosso è veramente una novità? La risposta è “no”. Infatti l’uso di antiangiogenici è stato ipotizzato dal 2001 in poi  in successivi lavori pubblicati persino sulla prestigiosissima rivista PNAS (la rivista  ufficiale dell’ Accademia Nazionale delle Scienze Americana) dal professor Mutti, un nostro conterraneo originario di Tortona, ora all’università di Manchester titolare di cattedra per la  ricerca sul Cancro, uno dei massimi esperti al mondo nella cura al mesotelioma. I farmaci anti angiogenici sono comunque stati già testati negli anni e hanno fornito (in una sola sperimentazione condotta in Francia) un modestissimo (meno di tre mesi) miglioramanto della sopravvivenza. “Abbiamo abbandonato questi studi – ci ha detto al telefono lo stesso professor Mutti – anzi l’Università, qui in Inghilterra, sta pagando un dottorato il cui scopo è capire proprio perché gli antianiogenici non funzionano nel mesotelioma”. Si tratta dello stesso farmaco proposto ora ad Alessandria, che fa parte  di una più ampia famiglia chiamata inibitori delle  tirosin.chinasi receptors e il loro possibile utilizzo nel mesotelioma sono stati testati più volte in tutto il mondo e, analogamente, hanno sempre dimostrato di non migliorare significativamente la sopravvivenza, sia utilizzati singolarmente che con chemioterapia.

Cui prodest?
La seconda domanda è:  chi paga per un protocollo così loffio? Dato per scontato che la Boehringer-Ingelheim non fa beneficenza, dopo aver finanziato i simposi e la promozione della cura, vorrà iniziare a fare business. Infatti il protocollo è commerciale e non ha niente a che fare con la ricerca di base (se mai ne è stata fatta una) di Alessandria-Ufim, per cui ci vuole qualcuno che ne parla e ne scrive. A dare subito una mano è stata qualche anno fa la dottoressa Silvia Novello (nella foto) Oncopneumologa all’Ospedale S Luigi di Orbassano, che è molto vicina al professor Scagliotti che ha presentato il protocollo il 7 marzo 2015 al Pacific Hotel Fortino di Torino. A questo punto non ho potuto fare a meno di andare a vedere se per caso i due (Novello e Scagliotti) oltre all’aspetto sentimentale hanno qualche altra cosa che li lega. La risposta è: sì, perché sono entrambi pagati proprio dalla Boehringer-Ingelheim (come si può constatare dagli allegati a pie’ d’articolo dove sono elencati tra coloro che sono in conflitto di interessi).

Dove sta la novità?
Tuttavia gli antiangiogenici sono stati già ampiamente testati. E allora, dove sta la novità? Sta nel fatto che allora si parlava un linguaggio squisitamente scientifico per cui è stato possibile accertare che il protocollo, che è lo stesso di oggi, non funziona in modo apprezzabile per cui bisogna prendere altre strade.
Ma la terza domanda è: perché mai la Regione Piemonte dovrebbe tirar fuori altri milioni per un progetto di cura dai risultati trascurabili che interessa uno dei primi venti produttori di medicine al mondo?
E non si può contare neanche sulla Commissione Europea delegata a valutare i progetti di ricerca finanziati che ha rinnovato il bando per il finanziamento degli studi sui tumori rari, commissione di cui è membro proprio il professor Luciano Mutti.
Non si scappa.
Anche stavolta io pago.

Giorgio Scagliotti (nella foto a lato) risulta come consulente pagato dalle seguenti case farmaceutiche: Abbott, Amgen, Ariad, Astra-Zeneca, Aveo, Bms, Boehringer Ingelheim. Celgene, Clovis Oncology, Daiichi Sankyo, Lecia Sequist Merck-Serono, Merrimack Pharmaceuticals. Msd, Pfizer, Roche, Sanofi-Aventis. Vera Hirsh.

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