Goffredo Pedrotti, un alpinista quarantenne di Trento, al rientro dalla scalata al Kangchenjunga (m. 8.586) dell’Himalaya, fra Nepal e India, la terza montagna più alta del mondo, è sorpreso insieme ai suoi compagni da una tormenta di neve. Siamo a 3000 metri e la spedizione scorge un anfratto roccioso poco distante che potrebbe consentire un ottimo riparo per la notte.
Nella grotta il Pedrotti, che è il capo spedizione, entra per primo per verificare la bontà del posto, ma gli si para davanti un uomo alto tre metri, ricoperto di peli, dall’aspetto terrificante. Si tratta dello yeti, l’abominevole uomo delle nevi.
Il Pedrotti, data la sua esperienza, sa perfettamente che il panico è il peggior nemico di un alpinista, per cui non si perde d’animo ed essendo anche un gentiluomo pensa sia il caso di presentarsi. Porgendo lentamente la mano, con un bel sorriso dice:
“Goffredo”
e lo Yeti, che sorprendentemente ha capito, stringendogli la mano, con un sorriso risponde:
“Go fredo anca mi ma resisto!”.
