di Andrea Guenna – Per lavoro ieri pomeriggio sono andato a Libarna, tra Serravalle Scrivia e Arquata Scrivia, per effettuare riprese video del sito archeologico romano, in quanto dovevo “chiudere” un documentario. Insieme all’operatore Marco Balestra sono entrato nel sito. Giunto davanti all’ufficio del custode ho suonato il campanello più volte ma nessuno ha risposto. Già che ero lì, e vedendo altri visitatori, ho pensato di entrare per dare un’occhiata. Il luogo è bello e anche curato, ma il custode, che non era in ufficio, non era neppure fuori e non sono riuscito a parlare con nessuno. Delle due l’una: o fare delle riprese e poi andarcene, o attendere il custode a cui chiedere il permesso. Niente da fare, non c’era anima viva, se si eccettua un villico che ci ha detto di non fare i furbi altrimenti qualcuno avrebbe potuto chiamare i carabinieri. La cosa è suonata molto strana anche perché in un Paese come il nostro dove la truffa è all’ordine del giorno e chi comanda invece di dare il buon esempio fa peggio che può, il fatto di dire ad un cronista e al suo collaboratore che se avessero osato riprendere gli scavi di Libarna sarebbe stato necessario chiamare le forze dell’ordine, dimostra che, in Italia, siamo alla frutta. Ma, tant’è, per non cercare grane ce ne siamo andati e, strada facendo, ci siamo fermati in un bar per una birra gelata dato il caldo che avevamo sopportato durante tutto il pomeriggio. Abbiamo raccontato il fatto al barista che, mettendosi a ridere, ci ha detto che durante i lavori stradali per la realizzazione di due rotonde proprio lungo la provinciale che costeggia Libarna, sono venuti alla luce molti reperti romani ma, dopo aver finito il lavoro, li hanno tranquillamente coperti infischiandosene della Sovrintendenza (si scrive così e non Soprintendenza). Mentre il simpatico barista parlava io mi sono reso conto di vivere in una nazione di pazzi o di ladri, o di tutt’e due insieme. Le situazioni sono sempre kafkiane e, come ha avuto modo di scrivere Renaud Revel su l’Express di Parigi, “In Italia i problemi sono sempre gravi ma mai seri”. Era tardi, il tramonto incombente non consentiva ormai di fare altre riprese e ce ne siamo tornati in Alessandria. Stamane, però, ho telefonato al custode del sito archeologico di Libarna, un custode che, dalla voce, dovrebbe essere una custode, se il sesso, azzannato dalle nuove teorie gender, ha ancora un senso. La custode, molto gentilmente, mi ha informato che per fare delle foto o dei filmati bisogna chiedere l’autorizzazione alla Soprintendenza (sbagliato perché si dovrebbe dire e scrivere Sovrintendenza) di Torino, per cui mi ha dato il numero del responsabile al quale ho subito telefonato. Si tratta del dottor (al telefono l’ho chiamato signor e lui, piccato, ha precisato stentoreo: dot-to-re) Alessandro Quercia che mi ha chiesto di presentare domanda scritta per avere l’autorizzazione. Io gli ho risposto che si sarebbe trattato di qualche minuto di riprese per chiudere un documentario, allo stesso modo di come, per il documentario girato l’anno scorso nell’acquese, abbiamo ripreso l’acquedotto romano di Acqui Terme. Niente da fare, bisogna fare domanda altrimenti non se ne parla proprio. E se abbiamo premura i problema è nostro. A questo punto non potevo permettermi il lusso di attendere un’altra settimana per avere un ok che non si sa quando o se arriverà e ho tagliato corto: “Grazie lo stesso, non se ne fa niente”. Appena chiuso il telefono ho pensato ai lavori stradali di cui parlava quel barista e mi sono chiesto se l’impresa avesse ottenuto l’autorizzazione per coprirli, dato che si sottopone alla gogna burocratica chi vuole scattare due misere foto o girare un piccolo video a Libarna. Ma l’equazione qui da noi è: chi ruba tanto fa carriera e chi ruba poco va in galera. Da intendersi, per analogia estensiva, anche a proposito degli abusi archeologici. E poi non lamentiamoci se l’Italia, per sciopero dei custodi o eccesso di burocrazia, perde da anni turisti e visitatori.
Ah, dimenticavo, la foto di Libarna è scaricata da internet.
La vergogna del sito archeologico di Libarna
