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Politica

Putin ci vuole bene perché non ci conosce bene

4 Luglio 2019 REDAZIONE Politica 220

Putin ci vuole bene perché non ci conosce bene

di Andrea Rovere – Ahinoi, il buon Vladimir Vladimirovic (nel senso di Vladimir Vladimirovic Putin) non sa bene con chi ha a che fare. Così sembra quantomeno da alcune dichiarazioni rilasciate nel corso della sua visita romana nei riguardi di Matteo Salvini e dell’eterno amico Silvio (nel senso di Berlusconi), i quali dovrebbero esser ritenuti, l’uno, strenuo oppositore delle sanzioni alla Russia, e l’altro, “un leader che propugna fermamente gli interessi del proprio Paese nell’arena internazionale”.
Ora, che Putin possa credere pienamente in quanto afferma, è del tutto plausibile. Vive lontano dall’Italia e ha ben altro a cui pensare che non alle capriole da saltinbanchi in cui sono specialisti i politicanti del Belpaese. Noi però, che qui ci viviamo e che, volenti o nolenti, un po’ di coscienza della situazione l’abbiamo acquisita, ci troviamo a non poter condividere l’entusiasmo dello “Zar” verso i due leader, essendo che molte loro belle parole (quelle che sicuramente Putin ha apprezzato) sono state puntualmente smentite dai fatti più e più volte.

Partiamo da Salvini
Il ministro parla della Russia quale partner strategico di primo piano per l’Italia, di rapporti di collaborazione da sviluppare a tutti i costi, di Putin come un modello da imitare (campa cavallo), e certo di sanzioni ingiuste ai danni del Cremlino le quali, per di più, fanno male anche a noi. Tutto questo l’ha ribadito più volte. Ciononostante, il 13 dicembre scorso, che ti combina il nostro Governo? Vota favorevolmente al rinnovo delle sanzioni contro la Russia. E non è che la Lega abbia fatto fuoco e fiamme. Nossignori. Si è allineata buona buona. Il che, per essere considerato una svista o una fine mossa tattica sulla via di una sterzata ad est in tema di alleanze, presuppone una fantasia al di sopra delle nostre capacità.

Proseguiamo col Berlusca
Che il Cavaliere possa rivelarsi un esilarante compagno di merende e d’affari, con quella sua verve da piazzista di alta caratura e l’innegabile istrionismo, è facile crederlo, ma da qui a considerarlo alla stregua di un padre nobile dell’Italia, ne passa. Se non altro perché, quantomeno dal G8 di Deauville nel 2011, più che la patria pare aver servito l’allora presidente Obama e gli Stati Uniti, rimettendosi in carreggiata e abbandonando quella spregiudicatezza in politica estera che era forse l’unica cosa davvero buona fatta per il Paese (e certo per le sue tasche) ma che dispiaceva troppo i padroni d’oltreoceano. Inammissibili erano proprio i suoi “valzer” con Putin e con Gheddafi, quei tentativi di perseguire una politica di maggiore autonomia rispetto a Washington, ed è proprio a Deauville che si consumerà la resa. O fai come diciamo noi, o le tue aziende te le puoi scordare. Magari le parole non saranno state proprio queste, ma il senso, considerato ciò che è avvenuto dopo, probabilmente sì. E infatti, da quel momento, Berlusconi, ricattabile come pochi, è rientrato nei ranghi e tanti saluti. Prima la pantomima delle proteste per l’instaurazione del Governo Monti, riguardo alla quale è ben difficile pensare non vi fosse già un accordo, e poi la finta opposizione al Pd, col quale i collegamenti sotterranei sono certo ancora in piedi in ottica anti-sovranista, essendo le due forze politiche riferite agli stessi “padroni” (ovvero i settori americani anti-Trump – quelli usciti perdenti a sorpresa dalle ultime elezioni ma anche parte del Partito Repubblicano – e l’establishment egemone in Europa ad essi collegato).

E sarebbero dunque questi i leader deputati a condurre l’Italia fuori dalla palude in cui si trova? Ma mi si faccia il piacere!
Qui la realtà è che siamo invischiati in tre grossi problemi: la cosiddetta sinistra (il più grave fra i tre), dissoltasi insieme ai comunisti a partire dai tempi della segreteria Berlinguer (emblematico il viaggio di Napolitano negli USA nel ’78), quando funzionari e intellettuali in fuga dalla nave che affonda (sapevano bene che l’URSS era in forte declino) si sono riciclati come servi fedelissimi degli Stati Uniti dando vita ad una sorta di Partito Radicale in grande sotto il marchio “sinistra”; Forza Italia e affini che fanno il doppio gioco; e i “sovranisti” che sovranisti non sono, finendo sempre per mollare dinanzi alle prove decisive se non addirittura a convergere, nei momenti cruciali, con quelli che additano come peggiori nemici dell’Italia.
Insomma, il movimento politico in grado di fare ciò che andrebbe fatto in questo Paese, con una chiara visione strategica e la capacità di agire sulle cause invece di far propaganda puntando i riflettori sugli effetti (vedi la questione migranti), deve ancora prender forma. E se Putin ha dei suggerimenti in merito, si accomodi pure, che i suoi due amici, così come gli altri attualmente in circolazione nelle alte sfere della politica italiana, della sua stoffa non possiedono nemmeno un grammo.

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