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PRIMO PIANO

Recovery Fund: ora è l’Austria a metterci i bastoni tra le ruote

29 Maggio 2020 REDAZIONE PRIMO PIANO 108

Recovery Fund: ora è l’Austria a metterci i bastoni tra le ruote

Sebastian Kurz, cancelliere austriaco, è emerso come capofila della fazione europea che punta ad ostacolare e rendere meno conveniente il Recovery Fund

Roma (Flavia Provenzani di Money) – Nelle prossime settimane – per non dire mesi e anni – non faremo altro che sentir parlare di Recovery Fund. Mercoledì la Commissione UE ha “semplicemente” illustrato la sua proposta di quella che è stata definita la Next Generation EU.
Secondo la versione spiegata dalla presidente Ursula von der Leyen all’Italia spetterebbero 172,7 miliardi di euro (91 miliardi in prestiti e circa 81 miliardi come finanziamenti a fondo perduto). La potenza di fuoco totale del Recovery Fund è di 750 miliardi di euro (250 miliardi in prestiti e 500 miliardi come finanziamenti a fondo perduto).
Nulla è ancora deciso, nulla ancora è ufficiale. Hanno ora inizio le trattative e per l’Italia la strada per raggiungere quei 173 miliardi appare assai lunga e ricca di ostacoli. Primo su tutti: Sebastian Kurz, cancelliere austriaco.

La felicità di Conte sul Recovery Fund potrebbe presto smontarsi
Il premier Giuseppe Conte non ha tardato a mostrare soddisfazione per la proposta di Recovery Fund della von der Leyen: “Ci abbiamo creduto dall’inizio […], siamo stati descritti come visionari […], tale proposta va proprio nella direzione indicata dall’Italia”. Per Conte la cifra promessa all’Italia è “adeguata”, per il ministro Roberto Gualtieri si tratta di “un passo avanti storico [..], all’altezza della sfida e della necessità di sostenere il rilancio dell’economia con strumenti e risorse comuni”.
Tanto ottimismo potrebbe, però, venir cancellato molto presto. Quella della Commissione UE è solo una proposta, ora viene il difficile, ovvero trovare una versione che possa essere accettata all’unanimità da tutti i 27 membri dell’Unione Europa (una condizione necessaria) e l’ok del Parlamento UE.

L’ostacolo dell’Austria (e non solo) sul Recovery Fund
Sebastian Kurz, cancelliere austriaco, ha affermato che lui e gli altri leader dei soprannominati “frugal four” (Austria, Olanda, Danimarca, Svezia) si sentono incoraggiati da alcuni aspetti della proposta della Commissione, ma ha ammonito che ciò rappresenta solo un «punto di partenza» per i negoziati a venire, necessari affinché tutto vada in porto e che l’Italia e gli altri Paesi europei più in difficoltà possano ricevere gli aiuti economici di cui hanno disperatamente bisogno.
“Ciò che riteniamo positivo, non solo io, ma anche Paesi Bassi, Svezia e Danimarca, è che esiste un limite di tempo e che il fondo sarà una misura di emergenza una tantum e non il primo passo verso un’unione del debito”, ha dichiarato Kurz, che ormai da settimane si è rivelato essere il portavoce non ufficiale della fazione “frugale” dell’UE, in un’intervista telefonica a “Politico” nella giornata di mercoledì.
“Considerando che vi sono molti in Europa che desiderano una tale unione del debito, è importante per noi che questo venga chiarito per iscritto una volta per tutte”, ha aggiunto Kurz, chiaramente in riferimento alla possibilità che il fondo si trasformi in un appuntamento fisso e nel primo passo verso la mutualizzazione del debito dei membri dell’UE.
Secondo il cancelliere austriaco non è stata una sorpresa vedere la Commissione adottare la proposta franco-tedesca, ma raccomanda che i negoziati in arrivo sul Recovery Fund siano più inclusivi.
“Dobbiamo tenere conto degli interessi di tutti – ha concluso il cancelliere Kurz – e ci sono gruppi di interessi molto diversi: i paesi del sud, che fondamentalmente vogliono sempre di più; gli europei dell’est, che hanno interesse a impedire che tutto scorra verso sud; e, naturalmente, quelli che devono pagare per tutto, i pagatori netti”.1

 

1 Nel 2015, undici dei 28 membri del blocco europeo erano contribuenti netti al bilancio: Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Olanda, Austria, Finlandia, Svezia, Lussemburgo, Danimarca, Cipro. Tra il 2007 e il 2013, l’Italia ha versato alla Ue 109,7 miliardi di euro, ricevendone 71,8: il saldo negativo registrato è di 37,9 miliardi. Insieme a Germania, Regno Unito e Francia, fa parte del gruppo dei contribuenti più generosi dell’Unione. Il bilancio 2014-2020 è di 970 miliardi, una parte consistente torna nei Paesi di origine come fondi strutturali, di coesione, sussidi all’agricoltura, finanziamenti di interventi sociali, centinaia di programmi europei. Il maggior contribuente è la Germania, che nel 2015 ha avuto un saldo passivo verso la Ue di 14,3 miliardi (15,5 miliardi nel 2014). Seguono Francia (5,5 miliardi nel 2015 e 7,1 nel 2014), Italia (2,6 miliardi nel 2015 e 4,4 nel 2014 dopo 3,7 miliardi nel 2013 e 5,05 nel 2012, 5,9 miliardi nel 2011, 4,5 nel 2010, 5,05 nel 2009, 4,1 nel 2008, 2,01 miliardi nel 2007). Questi dati, indica Bruxelles, non tengono conto, però, di altri ‘incassi’ dovuti a specifiche politiche Ue.

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