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TERZA PAGINA

La “guerra fra generazioni” è un’idiozia

27 Gennaio 2022 REDAZIONE TERZA PAGINA 183

La “guerra fra generazioni” è un’idiozia

di Giusto Buroni – Mi è capitato di ricordare la mia biennale supplenza del 1966-68, a 24 anni, all’ITIS Feltrinelli di Milano, sostituto della dottoressa Plebani, docente di Fisica Nucleare. 140.000 Lire/mese (circa 1.400 euro) +INPS per 19 ore/settimana; mai più sarei stato così ricco, e quindi ero pronto a tutto. Fui accolto il primo giorno (“Si accomodi, Professore!”) dal mitico Preside, ing. Filippo Isnardi, dietro la cui scrivania era incorniciata, minacciosa, la foto di Hitler, di cui era (orgogliosamente?) il sosia. Fortunatamente i civilissimi colleghi e i pur fieri 100 allievi delle ultime tre classi della Sezione Nucleare mi fecero sentire a mio agio e passai così i miei (due) migliori anni della vita lavorativa (trascorsa poi come ingegnere, dopo la pausa, a quei tempi obbligatoria, da ufficiale). Non più di cinque di quegli ottimi studenti furono poi anche leali colleghi di lavoro; degli altri non ebbi più notizia, nemmeno del “primo della classe” (di cui avevo stima e soggezione), che ebbi la sventura di dimenticare a terra a Latina (recuperandolo fortunosamente e senza conseguenze a Roma), di ritorno dall’impegnativa “gita di fine corso” di cui ero stato nominato, purtroppo, “accompagnatore unico e responsabile”.
Desidero precisare che l’esperienza che ho raccontato era tutt’altro che rara fra gli studenti di 56 anni fa, ma non riceveva (né ci si aspettava di ricevere) gli onori della cronaca: a quell’età, possibilmente prima, e anche senza lo stimolo di una pandemia, sembrava doveroso a tutti (o quasi) gli studenti sollevare la famiglia dal peso del mantenimento a scuola (università) di uno o più figli. La “giovane generazione” a quel tempo dimostrava così la propria riconoscenza e buona volontà alla generazione più anziana, che la strana “scienza” di oggi istiga invece ad incolpare di avere privato i figli dei sogni e del futuro.
Insomma: non lasciamoci indurre a vedere come “eccezionale generosità e abnegazione” ogni manifestazione di lodevole ma naturale umanità e civismo, solo perché vagamente ascrivibile a necessità suscitate dalla pandemia. Altrimenti i giovani alla fine della pandemia si sentiranno di nuovo autorizzati a passare i venerdì (e non solo) nelle piazze a gridare stupidi e ingiusti slogan contro i “meno giovani”; e i giornalisti (dalla memoria corta, per motivi di “linea editoriale”) torneranno ad occuparsi di altre più tristi e meno nobili “prodezze”.

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