Da Alessandria Oggi: “Israele siamo noi”. Quand’ero piccolo, mio nonno mi ripeteva sovente che le guerre le fanno e le subiscono solo i poveri. I poveri ci sono sempre stati e sempre ci saranno a dispetto di quei politici pentastellati che da un balcone romano (sic!) affermarono che con il reddito di cittadinanza la povertà sarebbe scomparsa. Neanche Nostro Signore Gesù Cristo osò tanto quando affermò che i poveri ci sarebbero sempre stati. Le guerre, ahimè, fanno parte della nostra natura e temo che sempre ci saranno almeno “finché il sole sorgerà sulle sciagure umane”. Quasi tutte le religioni di ieri e di oggi predicarono e predicano amore e pace: sta bene, ma fino a prova contraria il diritto di sopravvivenza e di preservazione della specie (con buona pace di chi la pensa diversamente) sono conditio sine qua non per amare e per fare la pace. Quindi ritengo, in compagnia dell’Ecclesiaste (3.8) che “ogni cosa ha il suo tempo, (…) tempo d’amare e tempo d’odiare, tempo per la guerra e tempo per la pace”. Devo credere che il sacrificio e la sofferenza siano espiazione per i nostri peccati, altrimenti vivere avrebbe poco senso in mezzo a tante tragedie. Se pensassimo di più a chi le fa e a chi le subisce le guerre forse riusciremmo a farne qualcuna di meno. Ah! Quasi dimenticavo: in piazza della Libertà ad Alessandria, un tempo c’era un rifugio antiaereo in caso di attacco. Quel rifugio, con gli ultimi decenni è diventato prima una fontana tricolore e poi un’insignificante cunetta di acciottolato, ma con le cose futili non ci si difende dagli attacchi dei missili. Qualcuno, poi, dovrà pur dirlo al Demanio militare che fino a prova contraria dovrebbe esserne tutt’ora il proprietario legittimo. Propongo, almeno, di scrivere sull’acciottolato un epitaffio del tipo: “Si vis pacem, para bellum”.
La guerra la perdono sempre i poveri
