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PRIMO PIANO

Sanità Pubblica in crisi per carenza di personale intelligente: la storia d’un paziente… “rassegnato”

5 Marzo 2024 REDAZIONE PRIMO PIANO 362

Sanità Pubblica in crisi per carenza di personale intelligente: la storia d’un paziente… “rassegnato”

di Giusto Buroni – Quando vuole mettere in crisi un Governo in carica, l’Opposizione va sul sicuro se critica il funzionamento della Sanità (Pubblica), potendo scegliere fra molti argomenti (difetti) e soprattutto situazioni che ogni elettore può, o ha potuto valutare personalmente, se possiede un minimo di spirito critico, senso civico e indipendenza intellettuale. Negli ultimi 5 anni, ossia anche prima della famigerata Pandemia che ha amnistiato tutti i “delitti sanitari e parasanitari”, sotto qualunque tipo di governo e di coalizione di partiti l’attenzione è caduta sull’assurda, illogica e cinica durata delle Liste d’Attesa che si formano per ottenere dalla Sanità (Pubblica) qualunque servizio, a partire dall’assegnazione del Medico di Base (o di Famiglia), passando per il reperimento dei Medicinali, per le operazioni chirurgiche e le riabilitazioni e fino all’aggiudicazione di un Posto Letto in un Cronicario.
“Esperti” di Medicina, Sociologia e Economia hanno trovato comodo attribuire ogni colpa all’evidente scarsità di Medici, Paramedici e Personale Sanitario in generale (Farmacisti inclusi) che, pur cominciando quasi tutti come tirocinanti nel Servizio Pubblico, alla prima occasione favorevole si trasferiscono a quello Privato, in Italia e addirittura all’Estero, dove si mormora che gli stipendi siano mediamente anche tre volte superiori a quelli italiani (per esempio in Norvegia, stando ai giornali).
Per aumentare il numero degli addetti alla Sanità Pubblica è ovvio che si debbano alzare le retribuzioni o ridurre l’orario di lavoro a parità di stipendio, ma nessun Governo è disposto a stanziare più soldi per la Sanità (come del resto per l’Istruzione) e le uniche proposte che si sentono fare ogni tanto riguardano la semplificazione dell’accesso alle diverse mansioni: continuano a fare scandalo per esempio il “numero chiuso” e i quiz per l’ammissione alle Facoltà di Medicina, ma a me sembrano giuste limitazioni (purché con quiz “più pertinenti” e non “più facili”), perché se si riducesse la qualità (livello di intelligenza) dei medici e degli infermieri avremmo come risultato per la Sanità Pubblica un (piccolo) aumento del numero di addetti, ma anche una (forte e insostenibile) diminuzione della qualità media, mentre la Sanità Privata avrebbe ancor meno difficoltà a procurarsi il personale migliore.

Più efficienza, ovvero meno spesa e servizio migliore
Allora, ferma restando la necessità di un adeguamento delle retribuzioni e/o dell’orario di lavoro, che nel caso dell’Assistenza Medica è difficile valutare (non si può sospendere impunemente una visita o un’operazione per continuarla in altro momento), un forte miglioramento si avrebbe (come nel caso dei problemi energetici) puntando sull’efficienza, soprattutto delle infrastrutture, ossia non solo degli ospedali precari, aperti durante la pandemia e subito richiusi (in teoria per mancanza di personale), ma soprattutto delle moderne risorse informatiche e cibernetiche, che esistono da decenni e quanto prima dovranno essere rese omogenee per convergere nell’Intelligenza Artificiale – A.I. Per i Servizi Sanitari (Pubblici) l’A.I. sarà attiva, oltre che negli strumenti biomedicali più precisi e robotizzati, nei “Call Centre”, negli Economati, nei CUP (Centri Unici di Prenotazione), nelle (vecchie) Segreterie di Reparto, che un tempo non lontano nelle strutture “serie” erano gestite da vere infermiere e non da ottuse raccomandate; l’AI della Sanità evidentemente potrà attingere ai dati dei Centri di Ricerca (Medica e Farmaceutica) e degli Istituti di Statistica.
L’Intelligenza Artificiale (AI) che preoccupa molti “studiosi” per i timori di sopraffazione su quella Naturale, non è altro che il “vecchio” Supercomputer, a cui è stata data un’enorme memoria (di dati) da elaborare ad altissima velocità per mezzo di algoritmi (prevalentemente statistici) che a velocità di elaborazione più basse non avrebbero funzionato in modo ottimale. Per molti servizi pubblici da anni essa funziona egregiamente in qualche città anche italiana, ma è nata per gestire realtà molto più grandi di una singola città e già oggi, se un Governo l’avesse voluto, potrebbe servire un intero Paese, tenendolo anche in contatto con Paesi vicini e lontani per un proficuo scambio di dati statistici e clinici, farmacologici e biomedicali. Si tratta della cosiddetta Digitalizzazione della Sanità Pubblica, che è già in atto da almeno tre decenni in Italia e in Europa, ma con scarsa convinzione (e onestà) da parte delle Istituzioni e quindi con scarso entusiasmo da parte degli Operatori e di conseguenza con difficile partecipazione da parte dei Cittadini e purtroppo degli stessi Medici, soprattutto i meno giovani, cui non sono stati concessi mezzi e tempo per aggiornarsi, e quindi sono insufficientemente informati o, se informati e attivi, delusi dalle prime infelici esperienze.

L’Intelligenza Artificiale
Con l’AI i risultati sarebbero straordinari per la diagnostica, la prevenzione, il triage, la logistica e gli interventi chirurgici mirati su malattie anche rare. Per realizzare questa funzionalità ogni ospedale e poliambulatorio dovrà assicurarsi a tempo pieno i servizi di specialisti Informatici che abbiano fatto “pratica” in strutture simili a quelle in cui entreranno in servizio effettivo, con l’incarico della manutenzione dell’hardware e dell’aggiornamento del software dei computer (e dei robot) della struttura in cui operano. Inoltre l’interfaccia tra Pazienti e Intelligenza Artificiale dovrà essere assicurata da persone con ottima preparazione infermieristica completata da opportune nozioni di Informatica. L’uso corretto dell’AI ridurrà drasticamente diagnosi tardive e sbagliate, terapie e dosaggi dei farmaci saranno meno affetti da errori, scorte di farmaci (e di vaccini) saranno disponibili tempestivamente e con meno sprechi in tutte le farmacie e negli ospedali, si farà vera prevenzione con screening capillari nelle giuste fasce di età e in soggetti a rischio, e con controlli tempestivi (sui pazienti cronici o comunque con gravi patologie pregresse) fatti a intervalli di tempo adeguati al rischio di ricadute. Oggi invece tutto è condizionato, oltre che dai politici incompetenti, dall’inadeguata disponibilità e accessibilità delle strutture, dalla scarsa reperibilità di farmaci e di attrezzature nella singola struttura, da controlli eseguiti con frequenza troppo bassa e inutile e, naturalmente, dalla dubbia onestà dei primari. L’applicazione dell’AI alla Sanità sicuramente non comporta riduzione di occupazione, perché le mansioni sopra descritte sommariamente saranno svolte da personale specializzato la cui formazione creerà posti di lavoro anche in scuole e università e laboratori di ricerca medica e farmaceutica.

Intelligenza Artificiale e Greco Antico per usare meglio i servizi e capire meglio ciò che si fa
La Digitalizzazione della Sanità è anche un’ottima imperdibile occasione per aggiornare i programmi universitari di Medicina, Chirurgia, Farmacia e Infermieristica, che dovranno contemplare non solo le recenti scoperte in campo fisiologico, biomedico, farmacologico e chirurgico, ma anche le applicazioni dell’Informatica alla Biomedicina, alla Chirurgia, alla Gestione Ospedaliera, Farmaceutica ed Epidemiologica. E mi permetto di suggerire anche due discipline che non credo siano mai state prese in considerazione: Greco Antico, affinché i nuovi medici cui da tempo non è più richiesta la licenza liceale sappiano finalmente l’origine (e quindi il vero incontrovertibile significato) delle parole che usano (e useranno), per designare malattie, sintomi, terapie, medicinali, strutture, strumenti; e poi Aritmetica (con nozioni di Statistica), per imparare finalmente a usare la Logica (=buon senso), al giorno d’oggi del tutto ignorata, e a capire il significato, l’uso e l’utilità delle Percentuali, che i “professori/scienziati” hanno sbandierato in lungo e in largo durante la pandemia, senza sapere che cosa sono e a che cosa si applicano, e quindi senza ricavarne informazioni utili (nonostante in TV, “ragionando” di Percentuali, il volto di virologi o presunti tali assumesse espressioni intelligenti, che neanche i più navigati conduttori osavano criticare); se poi qualche rettore volesse aggiungere nozioni elementari di Fisica, soprattutto a proposito delle Unità di Misura (volume, lunghezza e peso) farebbe opera meritoria, perché confondere grammi con milligrammi e litri con millilitri oltre che disdicevole è pericoloso, per i pazienti naturalmente. Si dovrebbe anche spiegare come funziona un Saturimetro, che molti medici non avevano mai usato prima della pandemia, ma ordinavano ai pazienti “positivi” al tampone di acquistarlo (30 euro) e “tenerlo d’occhio”. Insomma: anche per la strumentazione biomedicale bisogna fare in modo che gli operatori conoscano i fondamenti del suo funzionamento, affinché non succeda quello che si nota per i medicinali, e cioè che il medico li prescriva solo sulla base del Principio Attivo principale, senza tener conto dei possibili effetti su altri organi (sani) o delle interazioni con altri e spesso numerosi farmaci che un paziente sta assumendo su prescrizione di altri specialisti: per esempio non si dovrebbe fare più di una radiografia all’anno (l’auspicato coordinamento da parte dei Medici di Base attualmente è del tutto assente; comportamento comprensibile, ma inammissibile).

Molte malattie se ne vanno senza bisogno di finire sotto i ferri, ma qualche medico lo ignora
Per quanto riguarda l’impiego di risorse umane dall’Estero, bisogna evitare di farsi ingannare dai diplomi delle università straniere che rilasciano lauree anche a 21 anni, a volte in base a “crediti” derivanti per esempio da “prestazioni sportive”: occorre che i “diplomi” presentati dagli stranieri siano avvalorati da un curriculum adeguato e dalla conoscenza della lingua Italiana; non si faccia l’errore che si commette nell’industria, dove l’”engineer” 18enne (che in Italiano si deve tradurre con “tecnico”) viene equiparato all’”Ingegnere” che deve sgobbare almeno fino a 25 anni per ottenere una “laurea magistrale”. Dieci anni fa in un poliambulatorio pubblico fui visitato da un medico egiziano “esperto” che mi diagnosticò malattie curabili solo con operazioni chirurgiche urgenti (il tutto è scritto, in un Italiano stentato, nel referto). Chiaramente non mi fidai, ebbi la fortuna che i sintomi sparissero da sé (come accade più spesso di quanto non si creda) e ora sono qui a raccontarlo, col solo rimpianto di non sapere che cosa avesse allarmato lo zelante “medico” africano. Sembra invece che i medici (e anche gli infermieri) cubani, che per non sbagliare vanno a perfezionarsi negli Stati Uniti, siano molto migliori, e perciò bene hanno fatto ad assumerli in Lombardia durante la pandemia e in Calabria, al termine dell’allarme covid, quando la carenza di medici e infermieri si era fatta ancor più evidente. Medici italiani che hanno visitato Cuba mi confermano che là l’assistenza sanitaria è efficiente e capillare, e soprattutto gratuita, con molti ambulatori (gratuiti e accessibili a tutti senza appuntamento e con brevi code) in ogni quartiere (almeno all’Avana). Si precisa però che questo fantastico scenario è guastato dal costo e dall’irreperibilità dei farmaci, bloccati dal persistente ”embargo” imposto dagli Americani 60 anni fa.

Una sanità che punisce ma non cura i cittadini
Un discorso a parte richiedono i Protocolli (della Sanità Pubblica), una iattura nata certamente con tutte le buone intenzioni di facilitare la vita a Medici di Base e Specialisti, ma degenerata in breve tempo perché orientata, piuttosto che alla salute del paziente, al risparmio di spesa sulle prestazioni preventive, diagnostiche e di controllo, e sulle prescrizioni di medicinali salvavita; e poi è troppo schematica e rigida, tanto da assumere un aspetto dittatoriale, confermato dalle severe sanzioni comminate a chi non rispetta le regole, come è emerso durante la pandemia con le numerose punizioni (sospensioni e radiazioni) che colpivano chi si permetteva “iniziative”, più o meno intelligenti o utili. I Protocolli si applicano a tutte le situazioni che necessitino un intervento medico-sanitario: dal riconoscimento dei sintomi fino alla prescrizione di medicinali e ai trattamenti a domicilio o in strutture specializzate. Resterà nella Storia della medicina (salvo modifiche ordinate da governi ancor più “autoritari”) il “protocollo” che ha provocato la maggior parte dei 200.000 morti italiani per pandemia:
“Ai primi sintomi di “covid” avvertire il medico, il quale non interverrà a domicilio, ma chiederà di esibire un tampone positivo che confermi l’infezione (e il divieto di contatto medico-paziente); prescrivere Paracetamolo e “vigile attesa”, controllando i sintomi, oltre che col termometro, anche col “saturimetro”, acquistabile dal paziente nella stessa farmacia;
con saturazione superiore a 90 non allarmarsi e per una settimana integrare l’antiinfiammatorio con Brufen o simili; ma con febbre superiore a 38° ricorrere all’antibiotico, tipicamente Azitromicina;
con saturazione inferiore a 90 rivolgersi al Pronto Soccorso, dove si valuterà il ricovero, anche in Terapia Intensiva. Per non contagiarsi, in tutto il percorso il medico non visiterà mai il paziente, fino a che questi non presenti un tampone negativo, segno di guarigione dal covid”.
In conformità a ciò, ecco la mia recente esperienza (di soggetto 82enne, ”fragile” per due infarti, un ictus e un tumore pregressi): primi sintomi il 26 novembre 2023; ai primi di dicembre l’antibiotico ha fatto il suo “dovere”, producendo però su tutti gli organi non attaccati dal covid effetti sconvolgenti, definiti però “normali” dal medico al telefono. La fase acuta è durata una settimana, alla seconda il tampone era “negativo”, ma solo dopo un altro mese intero ho (quasi) recuperato tutte le mie facoltà, mentre il peso perduto è stato di circa 7 chili, 3 dei quali ripresi dopo tre mesi dall’inizio dell’avventura; e tutto ciò senza avere mai visto il medico, che solo dopo due mesi mi ha concesso un appuntamento con un’attesa di soli 10 giorni. Fra le tante stranezze, a conferma della logica malata dei medici e di chi li dirige, ho appreso che un Tampone per covid può essere “debolmente” positivo, cosa che io vedo come una scoperta sensazionale che può rivoluzionare la matematica: si pensi al numero 10, per esempio, negativo -10, ma anche “debolmente positivo” più10.

L’organizzazione della Sanità non esiste e “si naviga a vista”
Quindi i Protocolli non sono suggerimenti o raccomandazioni, ma ordini che devono essere eseguiti (dal medico, pena sanzioni varie), a meno che il paziente, se in grado di intendere e volere, o chi per esso, non li rifiuti, o il medico non offra alternative tra cui scegliere: al mio primo infarto ben tre cardiologi del Pronto Soccorso fino alla 1 di notte hanno cercato invano di convincermi a firmare la liberatoria per l’angioplastica, acconsentendo alla fine a praticarmi, male, perché passata di moda, la trombolisi (tanto male che due settimane dopo alle tre di notte un evento ancor più acuto mi ha convinto ad accettare l’angioplastica) Revisionare i Protocolli con prevalenti criteri Sanitari piuttosto che economici è dunque una priorità, cui si devono affiancare i provvedimenti sopra descritti (e in parte già avviati): aumento degli stipendi (con razionalizzazione dei turni lavorativi), miglioramento dell’efficienza, Digitalizzazione intensiva, Aggiornamento dei Piani di Studi, assunzioni dall’Estero.
Gli effetti saranno sensibili solo a medio e lungo termine e per ora dobbiamo convivere e sopravvivere con una situazione che i soliti “esperti” (della Politica e della TV) giudicano vicina allo sfascio. E hanno ragione, perché oltre a tutti i disservizi cui ho accennato, e ai molti che avrò omesso, esiste, ignorata dai più, un’altra grave causa di crisi, che riguarda l’organizzazione interna della Sanità Pubblica, ma che penalizza fortemente i Pazienti, dato che è forse la prima causa dei disastri da tempo attribuiti alla carenza di personale. Basta scambiare quattro chiacchiere tra una visita e l’altra con gli Specialisti Ospedalieri per accorgersi che da una decina d’anni hanno mosso una guerra accanita contro i Medici di Base, all’origine della quale, oltre alle differenze retributive (gli Ospedalieri denunciano di essere pagati meno e di lavorare più a lungo dei Medici di Base; i Medici di Base sostengono il contrario), c’è una Norma Regionale, vigente in Lombardia e in altre Regioni da cinque o sei anni, che consente al paziente con varie patologie croniche di scegliersi un medico che coordini i suoi percorsi di cura, preoccupandosi di stabilire le date delle visite di controllo e dei vari test di verifica per prevenzioni e diagnosi, evitando ritardi, sovrapposizioni e doppioni.

I Medici di Base guadagnano di più?
Tecnicamente tale servizio si chiama “Presa in Carico dei Pazienti Cronici” e per saperne di più il Paziente Cronico (come ho verificato) secondo la “logica sanitaria” non può usare il telefono, ma deve poter trotterellare fino alla ASL e sperare nella gentilezza dell’impiegato di turno. Il Sanitario incaricato di ciò potrà essere, a discrezione del Paziente (figuriamoci!), il Medico di Base o lo Specialista di una delle patologie da cui il paziente è affetto e per la quale è stato curato nella struttura in cui opera il “medico della presa in carico”. Non trovo nessuno dei tanti miei compagni di sventura che conosca e usi questo Servizio, che pure è stato annunciato con lettera personale a tutti i soggetti interessati alla normativa, che io trovo intelligente ma difficilmente attuabile; ne ho avuto subito la conferma constatando il rifiuto di accettare l’incarico da parte di tutti i medici che conosco (e che mi conoscono). Anche quelli, fra gli Ospedalieri, che mi dimostravano una certa simpatia perché li disturbo il meno possibile, provano ora insofferenza, scoraggiandomi dall’usare questa facoltà di essere aiutato da loro nel mettere ordine ai miei appuntamenti con la Sanità Pubblica; mi suggeriscono di rivolgermi al medico di base (“che” dicono “già guadagna più di noi”). Certamente la Pandemia ha offerto alla Sanità Regionale (e ai medici) l’occasione per dimenticare la “Norma della Presa in Carico” cancellando dalle liste il maggior numero possibile di persone che, sopravvissute al Covid, potevano sperare di usufruirne: una grandissima ennesima “carognata” che i pazienti dell’assistenza sanitaria pubblica devono sopportare (ma quelli, moltissimi, che hanno questi diritti e non li fanno valere, accettando per pigrizia di rivolgersi al Privato, meritano questo ed altro).

La Res Publica e la salute del Cittadino
I primi sintomi di questa presa di posizione dei Medici Ospedalieri (Specialisti) contro i Medici di Base (Generici) (e contro la Dirigenza della Sanità Pubblica, naturalmente) si sono notati già sette o otto anni fa quando molti Primari emanarono Circolari con cui diffidavano i collaboratori dal fornire “prestazioni” che esulano dalla specializzazione del reparto, contrariamente a quanto accadeva una ventina di anni fa, quando alla fine di un ciclo di riabilitazione cardiologica, s’era dimessi con prescrizioni e raccomandazioni (personalizzate), per esempio sulla dieta da seguire, sulle cattive abitudini da abbandonare, su quelle buone da assumere, sulla ginnastica o sullo sport da praticare; a cura del reparto di cardiologia il paziente era sottoposto gratuitamente a visite angiologiche, pneumologiche, endocrinologiche, perfino urologiche se gli esami di sangue e urine le suggerivano. Improvvisamente una dozzina di anni fa questa pratica è stata sospesa col pretesto che i pazienti ne approfittano per fare due volte lo stesso esame, una “a spese” dell’ospedale e un’altra a spese dello Stato, senza nessun rispetto per la “res publica” (sic! Come se l’espressione latina con cui il primario si fa bello, inducesse i “profittatori” ad essere più “patriottici”). Un primario onesto (e ce ne sono ancora) penserebbe più alla salute dei pazienti che alla res publica, ammesso che profittatori di questo tipo (dei veri fanatici, con problemi psichici) siano numerosi. Invece tutto è più chiaro se si intende che il primario specialista cinicamente vuole occuparsi solo della patologia che lo riguarda e che sia il medico di base ad assumersi la responsabilità di indagare su patologie diverse dalla specializzazione del primario. Raccomandazioni (o ingiunzioni) di questo tenore sono state emesse in tutti i reparti specialistici da me visitati e tutti i medici interessati hanno eseguito puntualmente gli ordini, mettendo in grave difficoltà i pazienti, soprattutto quelli oncologici ai quali viene ricordato ogni volta che la metastasi è sempre in agguato e l’organo in cui si manifesta è imprevedibile: il paziente che accusa disturbi strani (che non siano ai polmoni) non può parlarne con l’oncologo, se prima non ha sentito il parere di uno specialista (dell’organo “disturbato”) che abbia prospettato la possibilità di un tumore. E dato che per ottenere la visita specialistica dal Servizio Pubblico potrebbe trascorrere un anno, il paziente ha forti probabilità di morire prima di sapere se e come sarebbe stato possibile curarsi. Ma certamente in questo modo la Res Publica avrà realizzato forti risparmi (grazie anche alla carenza di medici). Se poi il paziente sarà riuscito a salvarsi grazie alla Sanità Privata, anche quest’ultima sarà contenta e quindi che vantaggio ha la Res Publica a sanare una situazione in cui sono tutti contenti eccetto un paziente che, anche se si salva, resta “improduttivo”? (Come diceva l’acuto Governatore della Liguria all’inizio della Pandemia).

Segretarie di reparto sadiche e ottuse
Ecco poi qualche esempio di dispetti fra Ospedalieri e Generici di cui ho subìto le conseguenze, più o meno gravi. Dovendo provvedere a prendere gli appuntamenti in strutture diverse e a gestirne la cronologia, vorrei spiegare i miei problemi di malato cronico con patologie multiple a medici competenti, ma incappo spesso in “segretarie di reparto” sadiche o ottuse (o forse solo terrorizzate dalle “sanzioni”) che mi “filtrano” inesorabilmente. E così all’Istituto dei Tumori sono stato convocato regolarmente per radiografia, ecografia e controllo finale fino al 2020, mentre nel 2021 (ancora in piena pandemia) sono riuscito a non andare di persona alla visita di controllo finale, cavandomela con telefonate ed e-mail, visto che i referti dei due esami, eseguiti nella stessa struttura, si trovavano già nel computer del reparto ed erano negativi, come lo erano sempre stati dal 2014. Soddisfatto per questo brillante risultato, non mi accorgo che il medico non mi ha rilasciato le impegnative per le tre prestazioni dell’anno seguente 2022, ma niente paura! Certamente il medico di base capirà il problema e provvederà. Invece computer e protocolli dimostrano che il medico di base non può farci niente e vengo rispedito all’Istituto dei Tumori dove la Segretaria respinge, intercettandole, tutte le mie richieste inviate alla chirurga che mi aveva operato nel 2013 e seguito nei controlli degli anni successivi. Così la visita di controllo per l’anno 2022 è perduta e non per mancanza di personale sanitario, ma per pura idiozia di personale che c’è, ma perde tempo impuntandosi a far rispettare regole illogiche durante un’emergenza grave come la pandemia. Pazienza, allora ho riprovato nel 2023, fuori dalla pandemia, e perfino con una nuova segretaria di reparto, che, con poco sforzo, avrebbe potuto essere migliore della precedente.

Cancellazioni
Ma ecco la sorpresa: quando chiedo al medico di base le impegnative per le tre prestazioni contemplate dalla visita di controllo, scopriamo che il computer nel 2023 non mi riconosce più tra i pazienti oncologici da seguire. Non dà spiegazioni e si suppone che sia per il fatto che non mi sono “presentato” alla visita del 2022 e l’intelligenza artificiale mi considera morto, oppure la stessa AI è programmata per dire che dopo 8 controlli annuali negativi mi devo considerare “guarito”. L’unica cosa certa è che ho perso tutte le “esenzioni” (dal pagamento di ticket) che la malattia oncologica comporta. Comunque ho diritto a un chiarimento e tempesto di e-mail l’Istituto dei Tumori che, anziché rispondere alla mia domanda, mi informa di avere fissato un appuntamento per la visita di controllo e di presentarmi il tal giorno munito di referto per radiografia ai polmoni e ecografia alla gamba operata. Dato che non sembra una presa in giro, chiedo le due impegnative al medico di base, che però non me le può fare senza la richiesta di un oncologo, che deve certificare che ho bisogno di quei due esami e successiva visita di controllo (chissà come avranno fatto a fissarmi l’appuntamento per il “controllo” senza avere ancora in mano il referto di “prima visita”!). In sostanza ora ho in mano un’impegnativa per una “prima visita” (ossia a pagamento di ticket) da un oncologo che è abilitato a chiedere per me un controllo, ma che non ha tempo di vedermi prima di un anno da adesso (2025) e allora potrò prenotare radiografia e ecografia per avere forse nel 2026 la visita di controllo oncologica programmata nel 2023. E il cancro può aspettare? Speriamo di sì… Ma anche in questo caso la causa non è mancanza di personale, ma di buona volontà o di comune intelligenza (naturale).
Meno arzigogolata è stata la mia cancellazione dalla lista dei pazienti affetti da ictus cerebrale. Nel 2021 chiedo (all’Ospedale Niguarda) che la visita sia fatta in videochiamata, perché consiste (oltre al famoso colpo di martelletto sulle ginocchia) nell’esecuzione di una decina di movimenti elementari degli arti e del viso da cui il neurologo giudica (a vista) se il sistema nervoso funzioni bene, ma mi rispondono che la “videochiamata” non è ancora contemplata dai “protocolli” e così la visita salta, con cancellazione immediata del mio nome (dopo soli tre anni dall’evento acuto) dalla lista dei pazienti da seguire per ictus, senza più diritto alle relative esenzioni.

La visita era a febbraio, ma febbraio è passato e della visita neanche l’ombra
Mi rimane apparentemente la patologia che secondo i medici avrebbe provocato il mio doppio infarto, ossia l’Ipertensione (seguita da scompenso, manifestatosi poche settimane prima della pandemia); ma anche qui le visite e gli esami per il controllo annuale, che fino a prima della pandemia erano effettuati con buona regolarità, ma soprattutto con flessibilità tale che un paio di telefonate dirette fra medico e paziente permettevano di aggiustare piccoli problemi di orario degli appuntamenti, sono stati resi problematici dalla burocratizzazione delle strutture e non dalla carenza di personale. Anche la visita di controllo cardiologica consta di tre fasi: l’esame di Holter cardiologico, l’ecografia-Doppler del cuore e la visita finale con elettrocardiogramma (oltre all’analisi di sangue e urine). Nel settembre 2023 prenoto telefonicamente con successo per la prima e terza fase (per febbraio 2024), mentre non posso in nessun modo prenotare la seconda “perché la Struttura in cui chiedo di farla non ha ancora consegnato l’Agenda per l’anno 2024”. L’operatore del CUP sembra non sapere che l’esame di Holter non occupa la Struttura e il suo Personale se non per i 10 minuti dell’applicazione del registratore e degli elettrodi e del minuto necessario il giorno dopo per restituire lo strumento (il distacco degli elettrodi lo fa il paziente prima di presentarsi in ospedale per la restituzione). Quindi i tempi lunghi per l’appuntamento della prova di Holter non dipendono dalla disponibilità del personale ma dal numero di strumenti disponibili che deve essere veramente molto basso (quattro o cinque) per un reparto che potrebbe seguire mediamente fino a 3.000 pazienti all’anno, meno di dieci al giorno (feriale), un quinto di quelli che potrebbero essere serviti lavorando solo al mattino, ma con un centinaio di strumenti disponibili. Con meno di una decina di strumenti, mi sembra di aver capito che di più non ne abbiano, evidentemente si forma una coda enorme anche per questo servizio, indipendentemente dalla carenza di personale. Di conservare un posto libero per quelli che già hanno prenotato la visita di controllo da sei mesi non se ne parla nemmeno: troppa aritmetica per un Primario, ma anche per un economo di ospedale cui si richiede solo di fare “tagli” pur non essendo chirurgo. Di fornire la prestazione a pagamento per fortuna si vergognano, dopo aver detto che non hanno abbastanza apparecchi per servire gli assistiti ASL. Ultimamente poi questi problemi si discutono con (ottuse) segretarie di reparto, che sanno applicare solo le regole scritte dalle “autorità” e ripetere la famosa frase: “io ho le mani legate”, poco più frequente di “Ma lei mi vuol far finire in galera”(ma alla seconda richiesta non lo dicono più: chiudono il telefono o lo sportello). Insomma: alla fine ho dovuto fare una prova di Holter privatamente (70 euro) in una delle tante farmacie che la forniscono il giorno successivo alla richiesta. Il tracciato della prova è stato visto da un cardiologo che non mi conosce e si basa sull’anamnesi (riassunta in tre righe) che ho riferito al farmacista al momento della richiesta, il che riduce di molto l’affidabilità del referto, costringendo il medico della visita finale a riesaminare il tracciato, rubando parte del tempo (ridottissimo, meno di 15 minuti) dedicato alla “visita di controllo” vera e propria.

Medici e paramedici, impiegati e funzionari della Sanità non si aggiornano: questo è il vero problema
Nei tre anni di Pandemia ogni paziente cronico che non fosse assistito da un “care giver” esperto ha dovuto risolvere cinque o sei problemi di questo genere, che costringevano a uscite frequenti (con code) in pieno lockdown a causa della scarsa familiarità di medici e impiegati ospedalieri con le nuove tecnologie, che ormai “nuove” non sono, soprattutto il telefono e la segreteria telefonica. E allora: d’accordo, richiamiamo i medici pensionati, assumiamo (buoni) medici dall’Estero, miglioriamo i Piani di Studio Universitari, ma per favore  soprattutto si mandino tutti, Medici di Base, Ospedalieri, Paramedici, Impiegati (e Farmacisti) a corsi di aggiornamento sull’uso delle Strutture, della Strumentazione e dell’Informatica, promuovendo e incoraggiando la Telemedicina, che sospetto che non si usi ancora solo per mancanza di normativa amministrativa (come si dimostra che un medico abbia eseguito una “Televisita”? E come si organizzano i Tariffari?). Durante la Pandemia ho chiesto ovunque di avere visite in videochiamata e tutti me le hanno rifiutate, certamente non per motivi sanitari. Pochissimi hanno accettato di usare la “ricetta elettronica”, nessuno l’ha proposta, nemmeno in farmacia. E pensare che ormai da decenni si fanno visite “in presenza” senza che il medico alzi lo sguardo dalla scrivania per guardare almeno occhi e gola del paziente, come si faceva quando il medico era considerato un missionario. Oggigiorno nelle visite dal medico di base una volta su dieci, chiedendolo, si riesce a farsi misurare la pressione o auscultare i polmoni (non ci sono limiti invece alla prescrizione di medicine); perciò nove volte su dieci la visita si potrebbe fare in videochiamata. Continuando in questo modo invece il miglioramento ottenuto aumentando il Personale Sanitario sarà trascurabile rispetto a quello che si ha riducendo il numero di pazienti (lasciandoli morire o inviandoli ai Privati, a seconda di quanto possono spendere).

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