In una città come Alessandria, dove negli ultimi quindici anni i prezzi al consumatore sono schizzati in alto mentre il reddito medio pro capite è rimasto pressoché invariato e dove il prezzo al metro quadro di un appartamento è uno dei più bassi d’Italia, ma i canoni d’affitto sono altissimi, non si può pretendere che le aziende trovino conveniente insediarsi sul nostro territorio. Per fortuna la favorevole collocazione geografica fa ancora la differenza per il settore logistico che resta l’unica (e probabilmente l’ultima) possibilità di sopravvivenza del tessuto economico cittadino. Fra il 1990 e il 2013 la Città di Detroit dimezzò il numero dei dipendenti comunali per riuscire a sopravvivere e il 23 luglio 2013 divenne la più grande città americana a dichiarare bancarotta. La Città di Alessandria tra il 2002 e il 2018 ha parimenti dimezzato il proprio numero di dipendenti e il 12 luglio 2012 ha dichiarato il dissesto finanziario corrispondente nel nostro Paese alla bancarotta americana. Cinque anni dopo la bancarotta Detroit è diventata una città fantasma riducendo a meno della metà il numero dei propri cittadini, subendo un crollo del mercato immobiliare e soffrendo una enorme diffusione di micro criminalità urbana. Alessandria, per fortuna, è riuscita a mantenere più o meno lo stesso numero di abitanti dopo la dichiarazione di dissesto, ma decisamente molto lontano da ciò che, a partire dal secondo dopoguerra, erano state la media storica e le prospettive di crescita oltre i centocinquantamila abitanti. A partire dal 2018, la città di Detroit ha cominciato a invertire la rotta: migliaia nuovi posti di lavoro, milioni di dollari di investimenti privati e un patto tra classi sociali che ha ricominciato a funzionare. In Alessandria no. Il Gruppo AMAG è in chiara difficoltà, la Centrale del Latte di Alessandria e Asti è in liquidazione, molte imprese del settore edile non sono sopravvissute. I piccoli commercianti sembrano assediati come i difensori della missione francescana di Alamo e persino la squadra di calcio è l’emblema di un fallimento generazionale. Solo per pudore non mi soffermo sulla crisi vocazionale della diocesi alessandrina e di tutta la tradizione cristiano – popolare delle nostre terre. Per non parlare poi dei disastri dei grandi soggetti esterni: Egea col teleriscaldamento è stato un fiasco, IREN un’azienda senza interesse per il territorio, ma solo per i contratti commerciali, l’Autorità portuale di Genova una vera e propria avversaria del retroporto alessandrino. Purtroppo non sentiamo più risuonare, né qui, né altrove, l’ode manzoniana: “Una d’arme, di lingua, d’altare; di memorie, di sangue e di cor” (Marzo 1821). Senza tradizioni comuni, senza lingua comune, senza difesa comune, senza generazioni comuni non si costruisce, né si sviluppa una Città unita, una Nazione unita, un’Europa unita. Questo principio non è compreso né dagli amministratori locali, né da quelli nazionali o europei e purtroppo fino a quando non si tornerà ad averne coscienza e consapevolezza non resta che fare quello che gli abitanti di Detroit hanno fatto nell’agosto del 2017 alla stazione centrale della loro città: appendere uno striscione alla stazione ferroviaria di Alessandria, di Roma e di Bruxelles con la scritta: “Che cosa devo fare per essere salvata?”.
Che cosa devo fare per essere salvata?
