Secondo la moderna lingua barbara, il termine “queer” indicherebbe una persona della comunità LGBTQ+ che non vuole dare un nome alla propria identità di genere e/o al proprio orientamento sessuale, ma che certamente non è eterosessuale; insomma un individuo che non riesce a decidere se essere “carne o pesce”. La qualifica in ispecie si attaglia perfettamente alla città di Alessandria che anche quest’anno ospita la manifestazione della comunità omosessuale (“pride” sempre in lingua barbara”). A poco è servito togliere la parola “gay” davanti a “pride” per sperare di cambiare in qualcosa di diverso ciò che è nato per trasformare in pagliacciata l’omosessualità che – al contrario – è cosa seria, antica almeno quanto la corruzione e la prostituzione.
Alessandria non sa decidersi se vuole mantenere sul proprio territorio l’industria chimica o la vuole cancellare per salvaguardare la salute collettiva.
Non sa da che parte politica stare perché cambia colore dell’amministrazione ogni tornata elettorale.
Non sa dove lasciar costruire un nuovo ospedale e non sa cosa farne di quello attuale che poteva essere tranquillamente ristrutturato (ma la cosa giustamente era troppo semplice per essere decisa).
Lontano nei secoli passati Alessandria nacque come baluardo guelfo della Lega lombarda contro le schiere ghibelline degli imperatori che da lì a poco tradirono le finalità e gli scopi del Sacro Romano Impero, ma oggi non riesce neppure a decidere dove portare i propri rifiuti il prossimo anno dopo la chiusura della discarica di Solero.
Non sa se preferisce un vescovo pastore delle anime o sportivo della domenica o ristoratore dei ricchi.
Neppure sa decidersi se vuole o no il collaudo del ponte Meyer e se sia meglio chiudere al traffico veicolare Via della Vittoria o costruire un parcheggio sotterraneo in piazza Garibaldi.
Persino le sculture del maestro Marco Lodola sembrano essere lì a ricordarci l’incompiutezza di Alessandria e come tutte le cose incompiute deboli, incerte e provvisorie.
Sia dunque Alessandria la città “queer” per eccellenza e si candidi a ospitare l’adunata nazionale del “pride” non essendo riuscita negli ultimi anni a vincere la competizione per ospitare quella dei gloriosi nostri Alpini.
L’ingenuo sindaco Abonante potrà così continuare a illudersi di unificare la città sotto la bandiera arcobaleno. Per quei pochi alessandrini che invece sanno ancora a quale genere appartengono perché Nostro Signore e sorella natura così hanno voluto (e se sono omosessuali sanno che l’amore a volte è peccato e sofferenza), che sanno ancora perché e come si prega Nostro Signore Gesù Cristo, che conoscono ancora l’importanza di difendere i confini del nostro Paese, che sanno ancora cosa significa Famiglia, Lavoro e Sacrificio, per questi pochi l’appuntamento è per il prossimo anno a Biella per l’adunata nazionale degli alpini.
Diamo a ciascuno il suo (“unicuique suum tribuere”) come affermò il grande politico e giurista romano Gneo Domizio Annio Ulpiano (170 – 228).
Alessandria città “queer”, ma eternamente incompiuta
