Alessandria – “Questa o quella per me pari sono”. Perché in Alessandria destra e sinistra sono la stessa cosa? Sembra un paradosso, ma in una città che da oltre trent’anni cambia maggioranza ad ogni tornata elettorale resta estremamente difficile cogliere differenze sostanziali nel modo di amministrare il Comune. “Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima” sosteneva Tancredi, il nipote del principe di Salina ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896 – 1957). Dopo il tramonto impietoso dell’era socialista (gli ultimi suoi sindaci non ottenevano neppure la maggioranza dei voti in consiglio comunale), Alessandria ha vissuto la nuova era leghista nel dramma dell’alluvione del 1994. Dramma non solo umano, ma anche finanziario. A farne le spese fu proprio il Comune che, letteralmente sommerso dai soldi arrivati da Roma (pensate che qualcuno riuscì persino a scappare con i contributi per gli alluvionati), cominciò a vivere al di sopra delle proprie possibilità: una “grandeur de’ noantri” che fu la vera e principale causa del successivo dissesto di bilancio del 2012. Per continuare a spendere senza più i soldi di Roma (forse troppo poco ladrona per i leghisti alessandrini di allora) si inaugurò l’era nefasta dei debiti attraverso gli ormai tristemente noti titoli derivati, vera invenzione del diavolo per distruggere intere generazioni di oculati risparmiatori; famiglie che con sacrificio e devota umiltà costruivano la sicurezza per le generazioni successive. Le due successive consiliature (sindaci Scagni e Fabbio) risultarono impreparate a gestire il necessario ritorno alla realtà dopo l’ubriacatura dei soldi romani e dei debiti. Anche su questo nessuna sostanziale differenza tra i due schieramenti alternativi: si sa che togliere qualcosa dopo che l’hai concessa è impresa che i nostri politici alessandrini non riescono proprio a concepire e per gli ultimi incorreggibili comunisti del sindaco Scagni il debito era ancora marxianamente un’ottima cosa (si sa che l’unione europea non era il loro forte). Si arrivò al punto di voler occultare l’enorme buco di bilancio è ci andò di mezzo il povero sindaco Fabbio (nella foto) che di colpe sul dissesto non ne aveva neppure una (le colpe dei padri leghisti sono ricadute sui figli forzitalioti). Dal sapore burlesco fu poi la dichiarazione di dissesto del bilancio comunale in quanto, al netto delle teatrali accuse e controaccuse politiche, nulla cambiò in perfetto stile gattopardesco: i dipendenti neppure si accorsero della crisi ricevendo sempre persino gli incentivi per una produttività praticamente inesistente. Nelle società partecipate continuò lo spreco di denaro per gli amici e gli amici degli amici, le tariffe dei servizi a domanda individuale restarono quelle di prima e nessuno tentò mai di andare a raccogliere quelle tasse comunali che praticamente tutti evadevano perché nessuno le chiedeva (per esempio: passi carrai, IMU su seconde case, canone pubblicità, ecc …). Arrivati al dunque, ossia al “bambole non c’è una lira” (per dirla col varietà televisivo di Antonello Falqui), si scelse la strada più facile: dichiarare il fallimento delle società ex municipalizzate, senza sapere che i giudici, quando riescono, fanno il loro mestiere che non è certo quello di risolvere i problemi economici del comune di Alessandria. Passata la sindaca Rossa, sindaco del dissesto per la storia della città, arrivò il nobile Cuttica di Revigliasco, quasi novello Lucio Quinzio Cincinnato, ma senza troppa voglia di riprendere la pugna e mentre i conti continuarono a non tornare (controprova che si doveva cambiare, ma nulla era veramente cambiato) la città finiva per assopirsi non si sa se a causa della pandemìa o dell’eloquio del sindaco o forse per entrambe le cose. Al “signori si cambia” del sindaco di Abonante i potentati della sinistra di tutte le generazioni ancora in vita non hanno avuto voglia di alzarsi dai loro comodi posti di prima classe: per loro non conta la stazione d’arrivo, ma che il viaggio duri il più possibile. Destra e sinistra in Alessandria per me pari sono. Ah! Dimenticavo: nessuno s’è accorto del passaggio in città dei grillini ora cinque stelle: una stella cometa avrebbe fatto più scalpore. Sarà stata l’improvvida scelta del primo candidato sindaco non proprio adatto al ruolo, sarà stata colpa della scarsa digitalizzazione degli elettori alessandrini, ma sta di fatto che il due di picche a briscole quando comanda cuori conta più di loro.
Alessandria allo specchio: qui da noi destra e sinistra sembrano la stessa cosa
