Senza retorica, né provocazione, in questi giorni, leggendo le notizie internazionali, mi faccio la seguente domanda: fino a che punto è giusto per un regime democratico respingere le ideologie e i partiti sovranisti, conservatori e contrari a un’Europa “finanziaria e tecnocratica” nel momento in cui rischiano di diventare maggioranza popolare? Per uno come me, tradizionalista cattolico e liberale, non è facile rispondere. Facciamo l’esempio del Comune di Alessandria. Nelle ultime cinque tornate elettorali (vent’anni più due di quella in corso) i candidati sindaci al primo turno sono stati in media più di otto (addirittura 16 alle elezioni del 2012). Voi direte: bella partecipazione democratica e popolare! No, non è così, perché gran parte dei candidati a Sindaco di questi ventidue anni non erano altro che fuoriusciti dai partiti nazionali perché non adeguatamente remunerati, oppure mercenari coi loro pochi accoliti che si sono venduti al secondo turno per un misero tornaconto personale. Di molti di loro nessuno sa più nulla, caduti in disgrazia o nell’oblìo della comunicazione di massa, non hanno rappresentato che loro stessi nella frazione di tempo d’una campagna elettorale. I pochi che hanno tenuto banco per più di un’elezione, o sono rientrati nel solco della politica nazionale, o hanno consolidato un voto elettorale personale che a volte è riuscito a trovare il giusto prezzo per la vittoria dell’uno o dell’altro schieramento. Siamo onesti: tutto ciò ha ben poco a che vedere coi princìpi della democrazia dei nostri Padri costituenti. Occorre pertanto distinguere tra la difesa dei valori che la democrazia contemporanea ha saputo portare a vantaggio del popolo, da quella sorniona, ma purtroppo efficace, propaganda mediatica a favore d’uno statu quo demagogico e ipocrita. Abbiamo studiato sui libri di storia e di diritto il passaggio tra monarchia assoluta e monarchia costituzionale, oggi temo che stiamo per vivere il passaggio tra democrazia costituzionale e democrazia assoluta e non sono convito del tutto che sia un bene. Troppa democrazia uccide la democrazia. Se prendo ancora a prestito il caso del Comune di Alessandria, confesso di non temere il dominio delle minoranze, bensì quello dell’effimero e delle cose insulse. Alla maggioranza del popolo (anche se nessuno utilizza più il termine e già questo la dice lunga sulla crisi democratica) che in gran parte non si reca più a votare continuano a interessare le cose serie: la manutenzione del patrimonio pubblico, la sicurezza idrogeologica, l’ordine pubblico, la pulizia dei fiumi, il trasporto pubblico, i cimiteri, gli ospedali, le carceri, la raccolta dei rifiuti, l’acqua, il gas, la rete digitale e i mercati dove si possa comprare a buon prezzo. Mi pare invece che si continui a spendere per manifestazioni, convegni culturali veramente poco seri (come quello secondo i quali anche le donne erano Templari), circhi equestri come il Pride (ricordo che l’omosessualità è una cosa seria non una pagliacciata), macchine d’epoca per soli ricchi e così via. Continuo a non avere una risposta definitiva alla mia domanda, ma di certo se si vuol veramente salvare la democrazia (e non solo la sua facciata borghese) occorre ascoltare con molta attenzione cosa le ideologie e i partiti sovranisti, conservatori e contrari a un’Europa finanziaria e tecnocratica. In caso contrario, alla democrazia assoluta si contrapporrà una nuova e vera rivoluzione come quella che si sviluppò (guarda caso proprio e sempre in Francia) contro la monarchia assoluta.
La democrazia assoluta
