di Giusto Buroni – Il 21 luglio 2025 si è deciso ufficialmente di annullare (“per motivi etici”) la manifestazione musicale nella Reggia di Caserta dove, il 27 luglio prossimo si sarebbe dovuto esibire il più famoso musicista russo di questo secolo, ormai da un paio di settimane presentato a tutti i “non Russi” come “l’amico e il consigliere del criminale Vladimir Putin, che da tre anni ha invaso l’Ukraina e ne massacra gli abitanti”. Come se per scatenare e alimentare una guerra del genere fosse normale richiedere l’aiuto, il consiglio e le risorse (anche economiche) di un geniale artista settantenne che ha passato la vita a costruire teatri, a dirigere complessi musicali internazionali e a istruire nuovi direttori d’orchestra, strumentisti, solisti e cantanti lirici. Personalmente, io ho ascoltato dal vivo dal 1998 al 2019 ben più di 200 sue esecuzioni, seguite da altrettanti brevi scambi di impressioni (nel 2020 la pandemia, seguita dalle guerre, troncò forse per sempre tante nobili consuetudini). Ciò mi autorizza a fornire qualche chiarimento sulle qualità artistiche e umane di una persona che alcuni ottusi ma illustri politicanti italiani (incoraggiati dagli immancabili Premi Nobel!) hanno presentato al pubblico come un mostro sterminatore di donne e bambini. Mi riferisco al notissimo direttore d’orchestra russo (di origine osseta, una regione non certo privilegiata dal dittatore Putin) Valery Abysalovic Gerghiev (nella foto), di cui ho parlato in un recente articolo, che fino al 2019 aveva interessato la cronaca mondiale per la sua capacità di diffondere in tutto il mondo la musica sinfonica e operistica russa (e di ogni altra cultura, specialmente italiana), dirigendo (ma anche amministrando) ben tre teatri a Sanpietroburgo e svariate altre compagnie musicali in ogni parte del mondo, offrendo in media più di uno spettacolo al giorno al pubblico di decine di Paesi, che con le massime onorificenze fino al 2022 gli hanno riconosciuto gli straordinari meriti culturali. Improvvisamente, allo scoppiare della guerra di Putin-Zelenskij, gli “analisti” attribuirono ogni nefandezza a Putin, ma soprattutto agli “oligarchi” di cui negli ultimi decenni il “nuovo Zar” si era circondato, grazie a ricche elargizioni distribuite ai “ras” dei vari territori della Federazione delle Repubbliche Russe. A livello di Ministero della Cultura il personaggio più influente era ed è senza dubbio Valery Gergev, che dopo avere risollevato le sorti dei complessi musicali e delle Sale di Concerto e Operistiche di Sanpietroburgo si è impegnato in numerose tournée in ogni Continente (spesso accompagnato da solisti altrettanto straordinari). Analisti onesti ne avrebbero dovuto concludere che Gerghiev aveva usato bene gli stanziamenti governativi per la cultura, comportandosi da ottimo amministratore, ma quelli che si occuparono di lui, in Patria e all’estero, soprattutto in Italia, dove il Maestro si esibì spesso (acclamatissimo) a Milano, Torino, Ravenna, Roma, Rimini, Ravello, Modena, Stresa, si concentrarono sui suoi compensi ma soprattutto sul suo patrimonio immobiliare che crebbe smisuratamente a partire dal 2015 (l’anno successivo alla prima “occupazione” dell’Ukraina). Si finge di dimenticare che all’origine di questa improvvisa “fortuna” c’è una semplicissima e ben nota storia, molto simile alle antiche favole di cui sono piene le Opere Russe. Una giovane giapponese studentessa di arpa negli anni 60 vinse una borsa di studio per perfezionarsi in Italia. Si trasferì dunque a Venezia dove fece la conoscenza di un facoltoso industriale, il conte Ceschina, di 30 anni più vecchio di lei, che la sposò, lasciandola vedova e ricchissima dopo soli cinque anni (1982). L’arpista dedicò il resto della sua vita ad aiutare e proteggere giovani e promettenti musicisti e si affezionò a Valery Gerghiev che nel 1982 aveva solo 29 anni ma godeva già di fama internazionale. Come sognano di fare molti appassionati di musica, la ricca vedova lo seguì ovunque e lo aiutò a realizzare ogni iniziativa che favorisse la diffusione della musica in Russia e nel resto del mondo. Negli anni 2010 tutti gli ammiratori del Maestro conoscevano bene l’esile vecchietta dai lineamenti orientali, bloccata ormai su una sedia a rotelle, ma sempre presente ad ogni esibizione del suo famosissimo protetto, che sicuramente ormai se la cavava egregiamente anche senza il suo sostegno. Nel 2015 la vecchia filantropa consumata dalla malattia morì, lasciando tutto il patrimonio agli artisti che proteggeva, ma i legittimi eredi impugnarono il testamento e ottennero quanto era loro dovuto, lasciando loro malgrado, a Gerghiev in particolare, “solo” un quarto del patrimonio immobiliare, che aveva ed ha un valore enorme, di gran lunga superiore a quello che gli avrebbe potuto offrire l’”amico” Vladimir Putin. Le varie cause legali che l’assegnazione dell’eredità comportò crearono tuttavia a Gerghiev un sacco di nemici, che tornarono alla carica non appena si seppe che si poteva considerare il maestro come un oligarca al soldo di Putin e quindi un nemico dell’Europa intera. Eccoli dunque nel 2022 alla Scala esiliare per sempre il Maestro dalla città di Milano e dall’Italia, col pretesto del suo rifiuto di “recitare” una formula, dettata dal sindaco Sala, di condanna dell’operato di Putin. A tale richiesta il Maestro, ormai quasi settantenne, dichiarò che non accettava di essere trattato come un bambino dell’asilo, e se ne andò sbattendo la porta, forse senza calcolare l’autorità che la Scala esercita sui teatri lirici di tutto il mondo (occidentale), che immediatamente si allinearono e cancellarono ogni contratto stipulato con artisti musicali russi. Oggi, dopo tre anni, l’odio dei mancati eredi del patrimonio dei Conti Ceschina non si è ancora placato e si manifesta attraverso le prese di posizione di un pavido Ministero Italiano della Cultura che, d’accordo col Ministero degli Interni, non ha saputo impedire che sedicenti “attivisti ucraini” acquistassero tutti i biglietti delle prime file della Reggia di Caserta, per inscenare la solita “manifestazione pacifica” all’arrivo del Direttore d’Orchestra, regolarmente invitato dalle imbelli Autorità Regionali Campane a eseguire uno spettacolo musicale del tutto privo di contenuti propagandisti (del “regime russo”) e chiaramente tendente a favorire quanto meno una tregua tra i due Stati in guerra da tre anni. Una bella lezione di inciviltà e di impotenza da parte delle autorità italiane e di quelle europee, che in tutta la vicenda sono rimaste, come in tante altre occasioni, a “guardare”. Anzi: nel caso particolare la stessa vicepresidente del Parlamento Europeo, Italiana della regione Campania, laureata in “Comunicazione”, ha preso l’iniziativa di avvertire il Mondo che a Caserta si stava per “compiere il sacrilegio di eseguire musica classica diretta da un musicista russo, un Oligarca certamente inviato dal criminale Putin a scopo propagandistico”.
Chiarita così l’origine del patrimonio immobiliare di Gerghiev, che non deriva dall’amicizia con Putin, vale la pena di approfondire anche l’entità dell’amicizia stessa, facendo riferimento al tragico episodio della “strage della scuola di Beslan”, stranamente esclusa dagli “aneddoti” citati negli articoli di questi giorni. Beslan è una città dell’Ossezia del Nord, che è la regione caucasica russa che ha dato i natali a Gerghiev ed è prossima alla ribelle Cecenia. Il primo di settembre 2004 nella scuola elementare di Beslan scolaretti e genitori festeggiavano l’inizio dell’anno scolastico quando furono sequestrati da ribelli ceceni e integralisti islamici in segno di protesta contro la presenza di truppe russe nella regione separatista. I terroristi chiedevano il ritiro immediato delle truppe e cominciarono a trucidare gli ostaggi per dimostrare ai Russi che facevano sul serio. I Russi tergiversarono, la carneficina non cessava ed ebbero l’ordine di sgominare i terroristi a costo di uccidere con loro anche gli ostaggi, che così caddero a centinaia prima che i terroristi, in buona parte “kamikaze”, si dessero per vinti. Chiaramente la responsabilità del maldestro intervento, che causò più morti fra gli ostaggi che fra i terroristi, è da attribuirsi all’autorità suprema, cioè a Putin e si discusse a lungo su quante morti si sarebbero potute evitare con una gestione più “intelligente” dell’operazione. Gerghiev fu profondamente colpito dalla strage di tanti suoi compaesani e dall’”amico Putin” fu autorizzato a dirigere un primo concerto sinfonico commemorativo, che fu trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo. Concerti dello stesso genere furono diretti da allora da Gerghiev in ogni parte del mondo e con le più importanti orchestre, praticamente in occasione di ogni anniversario della strage, spesso accompagnati da un discorso che esprimeva tutto il suo dolore per il massacro e che non poteva certo essere considerato un’apologia del regime di Putin.
Recentemente (fine 2023) Gerghiev è stato nominato direttore anche del prestigioso teatro Bolshoi di Mosca, sostituendo il dimissionario maestro Vladimir Urin, il cui mandato sarebbe scaduto nel 2027, ma che fin dal 2022 manifestava il suo dissenso verso la guerra. Questo avvenimento ha portato il nostro intoccabile tuttologo Aldo Cazzullo a definire il direttore uscente un “eroe che ha osato opporsi alla politica di Putin” (ha firmato con altri intellettuali una lettera pacifista), contrapponendolo al grande artista Gerghiev che non ha saputo rifiutare l’allettante incarico, dimostrando una volta di più il suo affetto e la sua riconoscenza per il “regime”. Ai nostri cosiddetti “intellettuali” come Cazzullo non passerebbe mai per la testa che Gerghiev si voglia impegnare finalmente a far raggiungere anche al Bolshoi gli stessi livelli artistici raggiunti negli ultimi 20 anni dal complesso del Mariinskij di Sanpietroburgo e che quindi anche in questo caso non sia necessario vedere nell’accettazione dell’incarico da parte di Gerghiev un segno di fedeltà e amicizia per Putin, ma solo il desiderio di attirare l’attenzione del Mondo anche sui teatri moscoviti.
Foto: Rivista Studio
