di Giusto Buroni, Milano – Il Fatto Quotidiano del 31/8 pubblica come fosse uno “scoop” la seguente notizia riguardante la Vuelta a Espana, manifestazione ciclistica internazionale, che, ignorata, o piuttosto oscurata, dalla RAI, meriterebbe una maggiore attenzione (sportiva), grazie prestazioni della sparuta rappresentanza italiana che si sta facendo onore con tre giovani nei primi 12 posti in classifica dopo 10 giorni di gara. La notizia è: “Durante la nona tappa di oggi,.., e nella tappa di sabato …, le immagini mostrano un mezzo ufficiale della Vuelta in avanscoperta lungo il percorso con un compito preciso: rimuovere bandiere palestinesi e ogni riferimento a Gaza esposto dai tifosi”, concludendo che “l’Organizzazione della gara censura ogni forma di protesta pacifica contro Israele”. La notizia, come si prevedeva e certamente si desiderava, ha sùbito scandalizzato la gran massa dei disinformati benpensanti italiani, soprattutto gli sportivi da poltrona (distratti e smemorati), che della gara in questione possono vedere solo stringatissimi “highlights”, offerti da RAI Sport una volta alla settimana (“Radiocorsa”). E naturalmente ha fatto più colpo il termine “censura” che la parola “sicurezza” che, invece sta alla base dell’operazione. Ricordiamo allora che il ciclismo è da un secolo e mezzo sport professionistico, che come tale gode di grande visibilità e muove ingenti interessi economici, dagli anni 50 soprattutto pubblicitari. L’accesso del pubblico di appassionati (il termine “tifosi” è meglio limitarlo al calcio) a tutte le manifestazioni su strada, e a volte anche su pista, è quasi sempre gratuito e quindi l’ambiente si presta ad ogni genere di bravata esibizionista a basso costo, in particolare quindi al terrorismo, che è l’esibizionismo spinto all’estremo, spesso giustificato e perdonato dalla Storia a seconda di come si svolgeranno le vicende che ne scaturiscono. In Italia il primo episodio, passato alla storia, di corsa ciclistica seriamente disturbata da facinorosi (separatisti Giuliani) risale al 1946, Giro d’Italia, tappa Rovigo-Trieste del 30 giugno: (da Wikipedia) “attivisti anti-italiani favorevoli all’annessione di Trieste alla Jugoslavia bloccarono la carovana del Giro a circa 2 km a est di Pieris, ostruendo la strada con blocchi di cemento e bersagliando i corridori con lanci di chiodi e pietre. La Polizia della Venezia Giulia al seguito del Giro, composta da militari americani, intervenne per sgombrare la strada dai manifestanti, dai quali partì un colpo di pistola che ferì un agente. Ne scaturì uno scontro a fuoco con altri manifestanti, fino a quando la Polizia riuscì a disperdere la folla… ” Coppi, Bartali e la maggior parte del Gruppo vennero trasferiti su vetture delle proprie squadre a Udine, sede di partenza….della tappa successiva. “Diciassette corridori, tra cui Cottur, si fecero invece trasportare sugli automezzi militari fino a Grignano, da dove si diressero verso il traguardo approntato nell’ippodromo di Montebello (zona nord di Trieste): qui furono acclamati e portati in trionfo dagli abitanti della città”. Da allora ci furono (non solo al Giro, ma anche nelle altre grandi corse a tappe) diverse proteste molto meno violente, motivate da condizioni meteorologiche anomale o anche da richieste di natura sindacale. Negli ultimi 20 anni, risolti anche la maggior parte dei problemi di “doping”, gli organizzatori si sono concentrati sui problemi della sicurezza degli atleti, dato che in tutti gli sport e in particolare nel ciclismo i progressi tecnologici hanno fatto aumentare del 50% la velocità, mentre le “rotonde” a quasi tutti gli incroci hanno aumentato il pericolo di cadute. Non trascurabile è anche la moda dei “selfie” che spinge il pubblico a sporgersi verso il centro delle strade e a guardare nello schermo invece che al traffico di automezzi e biciclette. In un quadro del genere, non è proprio desiderabile che si verifichino episodi simili a quelli di Pieris 1946, che sono gravi e intenzionali attentati alla sicurezza degli atleti. E invece purtroppo il conflitto Israele-Palestina ha creato situazioni analoghe a quelle dei contrasti, di allora, tra Istriani e Jugoslavi, con lo stesso rischio di attentare irreparabilmente alla vita degli atleti. Le dimostrazioni politiche ai danni delle grandi gare ciclistiche (a tappe, ma non solo), sono cominciate già al Giro d’Italia numero 108 di quest’anno 2025, tappa con arrivo a Napoli, su un lungo rettilineo che favorisce velocità altissime. Sul traguardo di Napoli uno dei due “sbandieratori pro Palestina” che si paravano davanti al gruppo lanciato a 70 all’ora e’ stato preso a calci nel sedere da un agente in borghese 5 secondi prima di provocare una vera strage. Si è appreso dai giornali del giorno dopo, in piccolissimi trafiletti, che i terroristi (perché di questo si tratta e non di pacifici dimostranti pro-Palestina) sono stati identificati e sùbito rilasciati (li ho rivisti infatti in TV sul percorso della tappa successiva, con bandiere e sudario bianco, come se niente fosse successo). Scene simili si sono ripetute un mese dopo al Tour de France, in particolare nella tappa con arrivo a Tolosa e successive. La televisione ha trasmesso in ciascuna occasione qualche minuto secondo di immagini, ma come se l’operatore o il regista non si fossero accorti in tempo di stare riprendendo scene “proibite”; che del resto hanno preso di sorpresa anche i commentatori, che a Napoli, per esempio hanno mormorato frasi del tipo: “questi signori avranno pure le loro buone ragioni, ma devono rendersi conto che così mettono in pericolo la vita dei ciclisti!” (il giorno dopo invece la scena è stata così breve che a molti spettatori sarà perfino sfuggita e comunque i telecronisti non hanno ritenuto di doverla commentare). In quei mesi prima della Vuelta bandiere palestinesi e sudari bianchi sono apparsi anche lungo i percorsi (mai all’arrivo) di corse minori e classiche di un giorno, ma sempre senza commenti, né in diretta TV, né sui giornali. Insomma, sembra evidente che esistano disposizioni precise, almeno per i “media” italiani, di non sbilanciarsi con commenti favorevoli o contrari su queste “azioni dimostrative” perché le Autorità Governative, magari in ferie estive, non hanno ancora deciso da che parte stare per non scontentare il Mammasantissima di turno. E nonostante ciò esistono ancora “sudditi” fanatici che ti fanno notare che non si deve impedire, se si è “democratici”, qualunque tipo di “dimostrazione pacifica”, specialmente in casi relativi alla tragedia che si sta consumando a Gaza ai danni di civili (con donne, vecchi e bambini) che muoiono di fame. E non c’è verso di convincere questi benpensanti che cercare di far cadere uno sull’altro 100 onesti e pacifici ciclisti lanciati a 70 km/h è un delitto (di tentato omicidio) almeno altrettanto efferato. Azioni delittuose come queste devono essere prevenute con altrettanta cura con cui si cerca di evitare che cani o gatti si infilino fra le ruote dei corridori o che cavalli focosi decidano di gareggiare con gruppetti di ciclisti in fuga, senza chiedersi se questi movimenti simboleggino qualche rito propiziatorio per alleviare calamità che accadono a migliaia di km di distanza. Purtroppo bisogna notare che nei pochi casi in cui si identificano i colpevoli le sanzioni sono minime o nulle e il reato si ripete a brevissima distanza di tempo.
In particolare le corse ciclistiche spagnole sono già tristemente famose per rovinose cadute collettive causate dallo stato delle strade e dall’indisciplina del pubblico, tanto che alcune di esse rischiano di essere disertate dalle principali squadre di professionisti, ed è quindi normale che gli organizzatori spagnoli prendano provvedimenti impopolari a cui i soliti benpensanti disinformati riescono a dare un
significato politico (il divieto di dimostrazioni pacifiche!). Le Autorità Italiane e Francesi sono riuscite a zittire e oscurare tutti i media, ma gli spettatori più attenti e meno polarizzati politicamente hanno potuto vedere che anche in Francia e in Italia i dimostranti (pur dichiarandosi pacifici) erano marcati a vista dalle Forze dell’Ordine (in borghese) e quindi non c’è da meravigliarsi se anche al Giro di Spagna ci si sia preoccupati di dedicare un “automezzo ufficiale del seguito” alla ricerca di simboli (le ormai notissime bandiere palestinesi) che facessero sospettare imminenti azioni violente, specialmente dopo aver visto in TV gli highlights della tappa a cronometro a squadre, che mostrano i pacifici dimostranti che al passaggio dei sei corridori della Israel Technology lanciati a 60 all’ora riescono ad afferrarne al volo due per le braccia e a trattenerli fino a che alcuni motociclisti della scorta (rinforzata per l’occasione) non li liberano, lasciandoli ripartire con almeno tre minuti di ritardo (e, immagino, con un po’ di tremarella). Insomma: anche agli sprovveduti del Fatto Quotidiano che accusano gli organizzatori spagnoli di censurare per principio le dimostrazioni pro Palestina bisognerebbe spiegare che i problemi del ciclismo non vanno fatti risalire alla complicata storia dei conflitti razziali spagnoli dei tempi di Carlo Magno o del Cid, ma riguardano la vita e la carriera di bravi giovanotti che praticano lo sport più pericoloso (ma ecologico) del mondo per fare divertire (con stipendi dieci volte più bassi dei calciatori o dei piloti di F1) il pubblico meno disciplinato che ci sia. Per la cronaca, la scorsa settimana proprio il più illustre dei professionisti della Israel-
Technology (40 anni, 4 tour, 2 Vuelta, 1 Giro vinti), ha concluso la lunghissima carriera cadendo in allenamento e procurandosi numerose fratture e pneumotorace. Si chiama Chris Froome, non è ebreo, ma Sudafricano con passaporto inglese. I giornali ne hanno parlato pochissimo perché raccontandolo avrebbero dovuto in qualche modo esaltare le imprese giovanili di un grande sportivo professionista, che però è colpevole di ricevere lo stipendio da una società che porta la parola Israel nel suo marchio: eppure la Israel Technology, obbiettivo dei cicloterroristi, non è una squadra “nazionale” (cioè non gareggia per far conoscere la propria nazione, come invece fa per esempio la Emirati Arabi Uniti o la Astana) ma un gruppo commerciale di proprietà canadese, che da qualche anno stipendia parsimoniosamente onesti campioni a fine carriera e giovani promesse che dopo i primi successi passeranno a Case più ricche: uno di loro è l’italo-americano Matthew Riccitello, che è fra i primi dieci di questa prima parte di Vuelta, e l’altro è Marco Frigo, che si è distinto in alcune difficili tappe,
entrambi insultati e maltrattati da questi finti sportivi che seguono il Giro di Spagna per boicottarlo come “nido di malvagi ebrei”.
Attentati spacciati per manifestazioni pro Gaza (e perciò perdonati, da qualcuno anche lodati)
