Roma – Il Governo, per bocca del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sostiene di non poter finanziare un’impresa che non produce. La realtà dei fatti è che l’ex Ilva, il colosso siderurgico italiano, dopo: due bandi di gara andati deserti resta al palo. L’azera Baku Steel aveva mostrato interesse, se fosse stato portato il gas al polo DRI tramite una nave rigassificatrice off-shore. Ma il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, si è opposto, arrivando a dimettersi per 48 ore salvo poi indossare nuovamente la fascia tricolore. Ora, al summit di Roma a Palazzo Piacentini, ribadito il no alla “vendita a pezzi dell’ex Ilva”, il ministro Urso, con l’inedita assenza di Fiom e Uilm, mentre Fim Cisl e Usb erano al tavolo, parla di un nuovo piano che prevede un ricorso massiccio alla cassa integrazione: da 4.550 dipendenti si salirebbe a circa 5.700, di cui 3.800 solo a Taranto dal 1° gennaio. Per ora è in marcia un solo altoforno, il numero 4, con una produzione di appena due milioni di tonnellate annue. Non basta perché le attività di formazione riguarderanno 701 lavoratori anziché 1.550. Urso ribadisce che sono in corso negoziati con i due player che hanno partecipato alla gara, oltre a due nuovi soggetti extra-Ue. Negoziati che includono la messa a disposizione delle aree non utilizzate per favorire nuove iniziative industriali: sembra riferirsi ai Fondi americani Blackrock Industries e Flacks Group. Nel frattempo la siderurgia europea soffre. Dal 2023 al 2024 la domanda è diminuita: pesano ristrutturazioni, costi energetici, normative ambientali, dumping internazionale, prezzi delle materie prime. Alcuni hanno già chiuso: Port Talbot in Galles, Brema in Germania; e lo stabilimento di Ijmuiden, in Olanda, sta come Taranto. La siderurgia basata su carbone e minerale non regge ai costi europei, mentre nel resto del mondo si produce convenzionalmente e si vende in Italia a prezzi stracciati. Entrando nel merito occorre un patto europeo, che passi dai produttori di energia, Stati nazionali e Bruxelles. Intanto a Novi i 170 cassintegrati rimangono ma gli altri non faranno corsi di formazione e saranno impegnati nel reparto zincatura, mentre in produzione si parla del rientro di una trentina di lavoratori. Niente.
