Novi Ligure (AL) Piero Evaristo Giacobone – Scusate se insisto ma mi chiamo Evaristo e, ancora una volta, mi devo occupare dei disastri combinati da ACOS (la multiservizi, stipendificio, colabrodo) ai danni dei cittadini novesi. Nella Commissione Consiliare di giovedì sera è tornato all’ordine del giorno il Teleriscaldamento dibattuto da una decina d’anni senza esito. Per anni è stato raccontato come un progetto “innovativo”, quasi un simbolo di modernità per la città. Il teleriscaldamento di Novi Ligure doveva rappresentare una svolta energetica ed economica. Oggi, invece, resta soprattutto il simbolo di una gestione discutibile, fatta di promesse, ritardi e risultati pari a zero.
Il nome che più di tutti è legato a questa vicenda è quello di Mauro D’Ascenzi, che da amministratore delegato di ACOS ha sostenuto e promosso il progetto come una scelta lungimirante. Una visione che, alla prova dei fatti, si è rivelata quantomeno fallimentare.
Promesse tante, fatti zero
A distanza di quasi dieci anni, la realtà è brutale: nessuna rete realizzata, nessun beneficio concreto per i cittadini, nessun ritorno tangibile per la città. Tuttavia si è consumato tempo, si sono impegnate risorse e — soprattutto — si sono bruciati milioni di euro.
Ma il punto, oggi, è ancora più pesante. Secondo quanto emerge, in sette anni i cittadini di Novi Ligure avrebbero già versato circa 13 milioni di euro per il servizio di riscaldamento, senza che fosse realizzata nessun’opera promessa: nessuna rete, nessuna riqualificazione significativa, nessun ritorno concreto. Solo soldi che continuano a fluire nelle casse della multiutility.
Altro che “cassaforte del Comune”: da anni circola questa narrazione attorno ad ACOS. Ma i dati raccontano una storia diversa, molto più scomoda. Non sarebbe il Comune a beneficiare, proprio perché sarebbero i cittadini novesi a sostenere un sistema costoso, inefficiente e sempre meno giustificabile.
Le partecipate sono colabrodo e il Comune paga…
Non solo. Sullo sfondo emergono anche criticità storiche nei rapporti tra pubblico e partecipate. Il caso di Gestione Acqua (sempre Acos), più volte contestato, resta emblematico: una società non interamente pubblica, con perdite significative e costi che non possono essere scaricati in tariffa, anche per via d’una gestione delle reti condivisa con altri territori come Voghera.
E poi c’è il nodo politico più pesante. Nel 2018, proprio Mauro D’Ascenzi avrebbe imposto al Comune, anche allora guidato da Rocchino Muliere, un contratto di trent’anni per la gestione del gas. Un accordo definito da più parti come “capestro”, che prevedeva impegni precisi: investimenti, sostituzione delle caldaie, realizzazione della rete di teleriscaldamento.
Promesse rimaste sulla carta
Sette anni dopo, il bilancio è impietoso: i cittadini hanno pagato, e anche caro, ma i lavori non si sono visti. Un flusso continuo di denaro pubblico e privato senza un corrispettivo reale in infrastrutture o servizi migliori. Una situazione che alimenta una domanda tanto semplice quanto scomoda: chi ci ha guadagnato davvero?
In questo quadro, va ricordato anche che a un certo punto la politica locale aveva intuito il problema. La giunta guidata da Gian Paolo Cabella, espressione della Lega, aveva deciso di fermare il progetto chiedendo proroghe per rivederlo, ritenendolo potenzialmente svantaggioso per il Comune. Un segnale ignorato troppo a lungo.
Oggi persino gli attuali vertici parlano di progetto “vecchio”. Un’ammissione tardiva che certifica ciò che molti sostenevano da anni: quel piano era sbagliato alla base.
E mentre il progetto invecchiava sulla carta, i cittadini continuavano a pagare, paradossalmente anche per un servizio che, secondo le accuse, sarebbe stato contabilizzato come attivo tutto l’anno. Un meccanismo che rende il conto finale ancora più pesante.
Tutti i nodi vengono al pettine
Ora il tema è finalmente arrivato anche in Consiglio Comunale, dove il dibattito ha iniziato a incrinare equilibri politici, con divisioni anche all’interno della sinistra.
Ma al di là delle dinamiche di palazzo, resta una verità difficile da ignorare: milioni di euro sono usciti dalle tasche dei novesi senza che la città ricevesse nulla in cambio.
Questo non è progresso. Non è innovazione. È il fallimento di una gestione e di una visione che qualcuno ha continuato a difendere troppo a lungo.
E oggi la domanda non è più tecnica, ma politica: chi si assume la responsabilità di tutto questo?
E io pago.
