di Giusto Buroni – Il 14 aprile a Roma, Palazzo Piacentini, è stato conferito il Premio Leonardo al ” 5-volte-AD” di ENI Claudio Descalzi, riconoscendo “il suo impegno nel settore energetico e la sua leadership nel Made in Italy.
Alla cerimonia hanno preso parte il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, On. Antonio Tajani, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, insieme al Presidente del Comitato Leonardo, Sergio Dompé, al Presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, e al Presidente di Ice Agenzia, Matteo Zoppas. Alla consegna dei prestigiosi riconoscimenti hanno inoltre partecipato i Soci del Comitato Leonardo, che riunisce oggi oltre 110 aziende che operano nei settori tradizionali e in quelli innovativi del Made in Italy, il cui fatturato complessivo supera i 400 miliardi di euro, con una quota export media pari al 57%.
Il premio non è solo per Descalzi, ma per la “cultura” di ENI e per la Società che riesce a navigare in un momento difficile, grazie alla sua costanza e agli investimenti in tecnologia e ricerca scientifica. Fra le sue tante iniziative tecnico-finanziarie, dal 2015 l’ENI sta lavorando alla “Fusione a Confinamento Magnetico” (notare la sapiente sparizione del compromettente aggettivo “nucleare” dopo “fusione”), che, afferma Descalzi, “non è la Fissione, non è il Nucleare (ecco riapparire la parolina che fa paura] che utilizza materiale radioattivo, ma è un innesco [curiosissimo e inappropriato termine per la tecnologia in questione] completamente “diverso”: In questo caso c’è una “fusione di isotopi di idrogeno” dove l’elemento di base (?) è l’acqua, acqua pesante, ma anche (?) “acqua di mare”, che produce un plasma con un calore 100 volte superiore a quello del sole: è lo stesso processo che avviene nelle Stelle” (incidentalmente, il Sole è una di queste Stelle…). “Sono reazioni pulite e non pericolose”, assicura Descalzi. E così fra le molte scelte avventate (ma miliardarie) fatte da Descalzi nei primi quattro “mandati” (da pochi giorni ha ricevuto dalla Presidente del Consiglio la nomina per il quinto) c’è quella di “investire” sostanziosamente nella tecnologia dell’Energia Nucleare a Fusione, associando l’ENI (anzi: rendendola Azionista di Maggioranza) a una società spin-off del Massachusetts Institute of Technology (il famoso MIT) di Boston: la CFS, Commonwealth Fusion System, nata nel 2022. Pur non sapendo in che consista un “Reattore Nucleare a Fusione” per la generazione di energia, gli sembra un buon affare impegnarsi con MIT nello sviluppo dell’ennesimo “prototipo sperimentale” per future applicazioni industriali in sostituzione dei generatori a Carbone, Gas e Petrolio (i tanto demonizzati Combustibili Fossili che assassinano l’Ambiente); se lo fa spiegare dagli esperti del MIT e sente pronunciare la parola “acqua” (pesante), a proposito del “combustibile” e ancora “acqua” (vapore) a proposito delle turbine che generano elettricità e ne deduce, da buon AD di una grande “partecipata statale”, che “l’ENI farà una piccola macchina, completamente azionata ad acqua, eppure capace di generare megawattoni di corrente elettrica”, quasi gratis, perché in fondo si tratta di “scopare il mare che tutti gli Stati, anche poveri, hanno in abbondanza a chilometro zero”, alla faccia del Gas Russo e del petrolio degli Americani e degli Arabi. Passa di lì (o meglio legge la notizia a New York, dove abita) il grande Federico Rampini del famoso Corriere della Sera, e, correggendo (male) pochissimi dei termini che perfino a lui sembrano astrusi, ne ricava un articolo memorabile, da sistemare nella pagina di Economia del Corriere della Sera e naturalmente sul WEB. Il direttore del Corriere della Sera Fontana si fida del grande inviato e pubblica la più grande panzana della storia del giornalismo in fatto di politiche energetiche e di comunicazione/divulgazione scientifica (che sia anche “nucleare” poco conta). L’illustre Rampini, da me interpellato sulla stupidità delle informazioni fornite, si difende educatamente rispondendomi che non sta all’intervistatore mettere in discussione le dichiarazioni dell’intervistato, e probabilmente ha ragione, ma non si rende conto della figura barbina che i giornalisti rischiano di fare riportando le idee di certi personaggi. Chiunque avrebbe dovuto trovare insopportabile che i mezzi di comunicazione esitassero a metterli tutti alla berlina e addirittura a denunciarli; invece gli scandalosi articoli usciti contemporaneamente a quello del Corriere riportarono fedelmente certe castronerie, evitando di commentarle (neanche positivamente), nonostante qualche timida sollecitazione da parte di tecnici del mestiere, ma non sufficientemente influenti.
Eppure, al di là degli errori di “comunicazione”, tutta la faccenda nasconde il finanziamento inopportuno con mezzi pubblici (PNRR?) d’un progetto multimiliardario che, nella forma in cui è stato descritto, non può assolutamente essere realizzato e, ci si può scommettere, non esisterà mai, se non su voluminosi resoconti cartacei e digitali, da presentare come “prova avanzamento lavori” (“progress report”) dal 2022 al 2035 e oltre. Non c’è da stupirsi che il 2025 si sia chiuso da quattro mesi e che non si sia ancora visto niente delle parti di prototipo che erano state promesse per la fine di quell’anno dalla pretenziosa “spin-off” CFS.
