Torino – Secondo i dati Istat il Piemonte rischia la scomparsa di circa 300 paesi con 53.019 decessi e 23.839 nascite nel 2025. Le province di Alessandria, Asti, Biella e Torino hanno un rischio di spopolamento tra “medio” e “alto”, mentre i territori di Cuneo, Vco e Vercelli sono a rischio “molto alto” e presentano tutte le criticità del caso: comuni piccoli e giovani in fuga, età media alta e pochi nati, carenza di servizi essenziali. La provincia più anziana è quella di Biella, con 50,4 anni d’età seguono Vercelli con 49,6 e Alessandria con 49. Dal 2015 al 2025 gli abitanti del biellese sono calati del 6,8%, quelli del vercellese del 5,2% e quelli dell’alessandrino del 2,6%. Inoltre le diminuzioni nel Vco del 4,7%, nel cuneese del 3,3% e nell’astigiano del 3,1%. Eccezione fa la provincia di Torino col
capoluogo e il suo hinterland dove negli ultimi 10 anni la popolazione è salita dell’1% e l’età media è di 47,6. I più giovani sono gli abitanti della provincia di Novara che hanno una media di 46,8 anni e vivono nell’unica isola felice della regione dove il rischio di spopolamento è considerato basso e la popolazione è aumentata del 4,2% negli ultimi dieci anni. Tra i motivi di questa inversione di tendenza sarebbero la vicinanza a Milano, il pendolarismo verso il capoluogo lombardo e il suo hinterland, la logistica e l’industria in crescita. A fare la differenza, qui come in tutta Italia, sono i servizi dedicati alla persona. Più in generale, dei 1.180 Comuni piemontesi ce ne sono 590 – quasi uno su due – sotto i mille abitanti e paesi come Moncenisio (Torino), il più piccolo con appena 30 abitanti. A sparire progressivamente sono anche i servizi essenziali: scuole chiuse o accorpate, sportelli bancari assenti, farmacie aperte a giorni alterni, linee di autobus ridotte e medici di base sempre più difficili da trovare. Spesso l’età media supera ormai i 50 anni e durante i mesi invernali intere borgate restano quasi disabitate, vivendo soltanto nei fine settimana o durante l’estate grazie alle seconde case e al turismo stagionale. Per salvarli, sostiene la professoressa Mercuri, «occorre ci sia un investimento politico ed economico.
