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OPINIONI

E se il “Complotto Italiano” per far eleggere Biden fosse vero?

12 Gennaio 2021 REDAZIONE OPINIONI 1831

E se il “Complotto Italiano” per far eleggere Biden fosse vero?

Washington (Tratto da La Stampa e da Libre) – Secondo l’ex dirigente della Cia Bradley Johnson l’Italia sarebbe coinvolta nei brogli elettorali americani: “I due 007 che hanno manipolato i voti delle presidenziali americane ora sono in pericolo di vita: saranno uccisi perché in questi casi è così che funziona”, l’ha detto in una video-intervista a “Detoxed.info”. Inoltre l’ex dirigente della Cia rivolge un pressante appello ai due operatori dell’intelligence: “Affrettatevi ad autodenunciarvi e mettetevi al riparo presso le uniche autorità che possono proteggervi, cioè il Dipartimento di Giustizia”. I due, sostiene Johnson, sono due agenti dell’Mi6, il servizio segreto inglese: “Non li abbiamo ancora identificati, ma è solo questione di tempo: una foto li ritrae davanti all’ambasciata americana di Roma, nei giorni delle presidenziali Usa”.

Un piano quasi perfetto
Proprio la sede diplomatica statunitense nella capitale italiana, secondo Bradley, sarebbe stata la centrale operativa dei maxi-brogli con cui sarebbe stata costruita, a tavolino, la falsa vittoria di Joe Biden. Una frode che, per le sue dimensioni, sembra non avere precedenti nella storia delle elezioni americane: “Sono stati truccati per via digitale – ha dichiarato Johnson – i risultati delle elezioni nei 6 Stati per ore considerati in bilico, ma dove in realtà Donald Trump era da subito apparso in notevole vantaggio, con un distacco incolmabile per Biden. Proprio l’entità della vittoria a valanga di Trump – spiega Johnson – ha costretto i manipolatori a rivedere precipitosamente l’algoritmo che era stato inizialmente programmato per far vincere Biden: non bastava più, a causa dell’enorme vantaggio di Trump, non previsto in quella misura”.

Serviva tempo
“È per questo – aggiunge l’ex dirigente Cia – che nella notte dello spoglio le operazioni di scrutinio sono state misteriosamente interrotte per due ore: ai manipolatori serviva tempo per riprogrammare l’algoritmo che avrebbe spostato i voti da Trump a Biden”. L’ex capo dei servizi segreti statunitensi ricostruisce la successione dei fatti:

  • I dati elettorali affluivano in tempo reale via web a un server a Francoforte, visto che le macchine elettorali di Dominion erano effettivamente connesse in Rete.
  • Dalla Germania i dati finivano all’ambasciata americana di Roma dove venivano manipolati da agenti britannici: anche per questo, il governo di Boris Johnson potrebbe essere travolto dallo scandalo.
  • Ultimo passaggio: i dati (truccati) venivano nuovamente immessi nelle macchine elettorali di Dominion, cioè nei seggi americani, attraverso un satellite militare criptato dell’azienda Leonardo, strettamente controllata dal governo italiano.

Forse l’agente Conte sapeva e il suo governo sarebbe a rischio
“Non giurerei sulla sopravvivenza politica di Giuseppe Conte – dice Bradley Johnson – Trump lo aveva chiamato già prima delle elezioni, dopo aver avuto sentore del fatto che l’Italia poteva essere coinvolta in qualcosa di poco chiaro rispetto alle elezioni. Non solo, sappiamo anche – aggiunge Johnson – che i servizi segreti italiani che rispondono a Conte non hanno puntualmente avvisato le autorità Usa delle attività in corso da parte degli agenti inglesi, che i colleghi italiani stavano certamente monitorando”. Imbarazzante, poi, la concessione del satellite di Leonardo per la trasmissione in America dei dati truccati. Emergerà qualcosa, di tutto questo? Johnson non sa cosa rispondere, vista la cortina di silenzio che avvolge la scandalosa manipolazione delle elezioni americane.

“Chiedete protezione perché rischiate la vita”
Si è parlato a vanvera dell’ipotetico raid per sequestrare i server di Francoforte, ma era una falsa pista: “Quei server – ha detto ancora Johnson durante l’intervista – sono stati sequestrati, ma senza nessun blitz. Inoltre, hanno solo registrato un’altissima intensità di trasmissione di dati, ma non contengono prove”. Un depistaggio, per proteggere gli inglesi e gli italiani? Nel dubbio, Johnson insiste: chiede ai due agenti britannici di consegnarsi, onde evitare che possano essere uccisi per cancellare i testimoni e quindi le prove dell’ipotetico, epocale misfatto. A questo proposito spunta l’avvocato Alfio D’Urso, colui che sostiene di aver raccolto la testimonianza giurata di un hacker, Arturo D’Elia, già consulente di Finmeccanica-Leonardo, in carcere dal 5 dicembre scorso con l’accusa di avere rubato dati e informazioni per un totale di 10 GB, 100.000 file, dai computer dell’azienda.

Il ruolo dell’hacker di Finmeccanica-Leonardo
Qualche giorno fa ha cominciato a circolare sul web un video e un documento, un affidavit in cui l’avvocato D’Urso annuncia che D’Elia avrebbe dichiarato di esser stato lo strumento di una frode elettorale ai danni di Donald Trump, che sarebbe stata eseguita dall’informatico italiano su ordine di funzionari nell’ambasciata americana di via Veneto. Il tutto architettato in Italia per spostare, per via telematica, voti da Trump a Biden. L’avvocato D’Urso sarebbe quindi il pilastro su cui è stata costruita tutta la campagna “Italy did it”. Al solo sentirne il nome, però, l’avvocato di D’Elia nel processo a Napoli, il penalista napoletano Nicola Naponiello, sbuffa: “È una pura invenzione. Smentisco assolutamente che D’Elia abbia mai avuto contatti con questo sconosciuto avvocato D’Urso. È una favola che esista un affidavit. Non è vero che ci siano dati rubati, non è vero che il mio assistito abbia informazioni su quanto accaduto o non accaduto nel 2019. A parte che è in carcere dai primi di dicembre, i fatti su cui risponde sono accaduti tra il 2015 e il 2017”.

Trump era informato del complotto?
D’Elia insomma si tira fuori. Resta il fatto che l’avvocato D’Urso lo cita come teste chiave. E il suo affidavit sarebbe stato consegnato persino a Donald Trump dall’attivista Maria Strollo Zack. È lei, questa italo-americana, una delle principali trascinatrici della campagna di Trump e ora della teoria del complotto italiano. Ma chi è l’avvocato D’Urso? Un maturo civilista catanese, con un passato di piccole cause e di sottobosco politico. Comincia a farsi notare nel 2001 alla corte di Raffaele Lombardo, l’ex governatore della Sicilia dal 2008 al 2012, dapprima presidente della provincia di Catania, area di centrodestra. Lombardo l’aveva infilato nel cda della società che gestisce l’aeroporto di Catania come anche ai vertici della Fondazione Banco di Sicilia. Ha avuto anche importanti incarichi nel suo partito, l’Mpa. Vanta, l’avvocato D’Urso, un insegnamento in diritto civile all’università di Catanzaro (non riconfermato) e un più lontano incarico nell’università di Malta: nel 2001 vi insegnava Diritto commerciale.

La pista maltese
C’entra Malta, dunque. La politica americana da un paio di anni si è aggrovigliata sulla pista maltese, da lì sono passati sia il professore Joseph Mifsud sia il consigliere di Trump, George Papadopoulos. Malta è uno degli architravi del Russia-gate, nell’inchiesta di Robert Mueller. Pare insomma che anche la vicenda di D’Urso e del suo “affidavit” riporti alla trama originaria del trumpismo. Nella saga c’era stata peraltro anche una fondamentale tappa in Italia, con coinvolgimento della Link Campus University di Enzo Scotti. Il ministro di giustizia William Barr era già venuto a Roma nell’estate 2019 in cerca di prove di un presunto complotto ai danni di Trump, che sarebbe originato proprio alla Link University.

Giuseppi s’è messo a disposizione?
Il premier Giuseppe Conte gli aveva concesso, irritualmente, di incontrare i capi dei nostri servizi segreti. Non meraviglia, allora, che ci sia un continuo gioco di specchi tra le due sponde dell’Atlantico anche in questa nuova storia. Il 1 dicembre, su “La Verità”, Daniele Capezzone, uno degli influencer nella rete dei trumpiani italiani, aveva già curiosamente sollevato il caso. E citava come sostenitrice della storia una legale di Trump, Sidney Powell. Il 6 gennaio proprio Papadopoulos l’ha rilanciata, con un enigmatico “Tutte le strade portano a Roma”. In definitiva, la teoria cospirazionista poggia tutta sull’avvocato D’Urso. Il 24 dicembre, a sorpresa, ha dato le dimissioni dall’incarico di amministratore dell’aeroporto di Catania. Il 6 gennaio ha firmato il famoso “affidavit” che tanto fa sperare i trumpiani.

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