Novi Ligure (AL) Piero Evaristo Giacobone – Scusate se insisto ma mi chiamo Evaristo e ancora una volta mi pongo una domanda senza risposta: somo un cronista o uno psichiatra che non riesce a guarire un pazzo incosciente che ha distrutto il centrodestra a Novi Ligure? Infatti le dimissioni di Marco Bertoli dalla guida cittadina di Fratelli d’Italia segnano probabilmente la fine di una stagione politica che, a Novi, ha lasciato più interrogativi che risultati. Fratelli d’Italia aveva scelto di puntare su Bertoli, anche quando era ormai evidente che la sua figura rappresentasse uno dei principali motivi di attrito con la Lega. Un braccio di ferro portato avanti fino in fondo, pur sapendo che il prezzo sarebbe stato la spaccatura del centrodestra. La Lega, infatti, non ha mai nascosto di considerare Bertoli incompatibile con un progetto comune, ricordando il suo ruolo nella crisi che portò alla caduta della giunta di centrodestra guidata da Gian Paolo Cabella. Da quella frattura nacque un centrodestra diviso alle elezioni, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. A distanza di qualche anno, però, vale la pena osservare come i due partiti abbiano reagito in modo molto diverso. La Lega, pur attraversando una fase meno brillante sul piano nazionale, a Novi sembra aver fatto tesoro di quella sconfitta: ha ricostruito un gruppo politico coeso, ha aumentato la propria presenza sul territorio, ha promosso numerose iniziative e oggi può contare su una squadra articolata e visibile. Fratelli d’Italia, al contrario, pur vivendo una stagione di grande forza a livello nazionale, in città non sembra essere riuscito a tradurre quel consenso in un analogo radicamento locale. La scelta di identificare il partito quasi esclusivamente con la figura di Bertoli non ha prodotto quella crescita che molti si aspettavano. Oggi, con le dimissioni del coordinatore cittadino e una rappresentanza consiliare affidata al solo Bertoli, è inevitabile chiedersi se quella strategia abbia davvero pagato. Non si tratta di assegnare patenti di vincitori o vinti, ma di prendere atto di una differenza evidente: mentre un partito ha investito sulla costruzione di una classe dirigente e di una presenza organizzata sul territorio, l’altro ha finito per legare gran parte della propria identità locale a una sola figura politica. E quando quella figura fa un passo indietro, il rischio è quello di ritrovarsi con un patrimonio politico tutto da ricostruire. Paradossalmente, proprio queste dimissioni potrebbero rappresentare un’opportunità. Con il 2028 all’orizzonte, la vera sfida sarà costruire una coalizione credibile, unita e capace di offrire un’alternativa di governo alla città. Perché la politica locale insegna una lezione semplice: i simboli contano, ma senza una squadra, un radicamento sul territorio e una visione comune, difficilmente bastano a vincere. Vannacci l’ha capito alla perfezione. Staremo a vedere… E io pago.
Il capogruppo Bertoli se ne va da Fratelli d’Italia che cade a pezzi in una finta alleanza con la Lega
